#NonSoloJuve

Serie A 2021/22. Il punto finale.

Il campionato più bello del mondo? E’ uno slogan un po’ datato, forse pure superato. Ormai il nostro calcio è superato, pure per noi stessi. Restiamo competitivi, ma solo nel nostro piccolo.

Nella stagione in cui arriva l’ennesima bocciatura mondiale, sbattuti fuori dal prossimo mondiale dell’autunno/inverno 2022, non da squadroni milionari, ma dalla piccola Macedonia del Nord, tra flebili illusioni di finti ed immeritati ripescaggi, il campionato ha almeno esteso fino all’ultima giornata gran parte dei suoi verdetti: lo scudetto, diventato prima una corsa a tre, poi una sola questione milanese dopo le bucce di banana calpestate dal Napoli nel proprio cammino (ultima quella empolese) ha visto decretare il successo ai titoli di coda (come non capitava dal 2010) del Milan di Pioli, sul tetto d’Italia dopo 11 anni, bravo a sfruttare l’unico scivolone dei cugini in primavera, quello del recupero infinito della partita di Bologna, dove, insieme alla striscia cioonsecutiva di successi nel finale, la squadra meneghina ha strappato lo scettro all’altra metà, già trionfante per i due trofei collaterali vinti in finale sulla Juventus, diventati all’improvviso troppo piccoli a cospetto del successo tricolori, pur senza l’invito a metterseli in zone delicate, come acclamato dai rossoneri in fase di festeggiamenti del giorno dopo. La Juve invece chiude il primo anno a zeru titoli, a causa di un processo di invecchiamento e di assestamento dopo dieci anni in cui tra le braccia dei giocatori era sempre passato un trofeo, almeno in Italia. La fuga precipitosa di Ronaldo all’alba della seconda giornata ha lasciato un vuoto, oltre nel bilancio, anche di parecchi gol, e mettiamo poi la stagione più da convalescente che in campo del gioiello più atteso, Chiesa, ed il progetto “vincenti subito” che doveva corrispondere al ritorno di Allegri sulla panca più discussa dell’ultimo periodo, dopo due cambi in due stagioni, ha subìto subito un ridimensionamento. Ed è così che un quarto posto a tre giornate dalla fine è stato trasformato quasi come un mezzo trionfo, quasi come dire, con una squadra così, tra giocatori sempore fuori, altri con propri limiti riconosciuti, con una squadra che prima di Natale bazzicava ad otto punti dal grande salotto europeo, più di così non si poteva fare, nonostante a fine marzo la squadra avesse pure riabbracciato l’idea di reinserirsi nella lotta allo scudetto, poi sfumata nell’iconcludente partita con l’Inter.

L’Europa poi è stato il solito pianto greco per tutte, tranne che per la Roma, capace di portare in Italia un trofeo dopo 12 anni, seppure nella forma della piccola e modesta Conference, una sorta di versione estesa e riveduta della vecchia Intertoto, effettivamente la dimensione reale in cui si colloca il calcio italiano. Un orgoglio soprattutto perchè è la prima edizione del trofeo tra scarti degli scarti che ha partorito la mente eccezionale dell’UEFA rappresentata dal padrino sloveno che odia la Superlega, ma dirotta in fretta e furia la finale del coppone a casa degli amichetti parigini, dopo i grandi casini russi, col risultato di sbagliare dei sorteggi degli ottavi,. sbagliare l’organizzazione dell’ordine pubblico nella finale, tanto da ritardare l’inizio di mezz’ora, e consegnare la sua creatura proprio ad una delle tre odiate ribelli. Per noi un monito ad accrescere la nostra competitività anche nei salotti più grandi, anche per dare una ritoccata al ranking UEFA: insomma, che loSpecial One, con la sua coppa, abbia dato l’impulso che serve a tutto il movimento.

La zona retrocessione ha invece delineato la scarsa competitività del campionato: se una Juve in cattive condizioni da comunque 10 punti di vantaggio alla quinta a tre dal termine, quì, seppure i verdetti fossero ancora in ballo fino a 180′ dal termine, ci ha scolpito persino una salvezza a quota 31 punti, che in lotte salvezze competitive non li farebbe neppure l’ultima. I quattro punti di differenza tra quart’ultima ed ultima ne sono la conferma. Che poi a beneficiarne sia il mezzo miracolo della Salernitana, spacciata fino ai primi di aprile ed in grado di rialzarsi grazie al super periodo tra dopo Pasqua e metà maggio, che riesce al salvarsi nonostante il pesante 0-4 preso in casa all’ultima giornata (roba da non crederci). Ne fanno le spese due club blasonati come Cagliari, retrocesso per non aver trovato uno straccio di gol all’ultimo turno, e Genoa, che stavolta non è riuscito a cogliere la disperata impresa dei tempi di Preziosi, dopo che la nuova proprietà ha rischiato sulla propria pelle a caro prezzo, affidando la panca prima ad uno Sheva e poi ad un Blessin a zero esperienza assoluta in serie A. Ne fa seguito un Venezia da toccata e fuga, unica neopromossa a tornare neoretrocessa, ultima a ritrovare la serie A e prima a riperderla. I patron di Venezia e Cagliari poi un giorno ci spiegheranno a cosa serve cambiare un allenatore a tre turni dal termine, affidare la squadra al tecnico della Primavera e retrocedere. Solo loro lo sanno. Tutta la nostra compressione ad Agostini e Soncin. Che il destino ha voluto facessero il salto in basso insieme all’ultima giornata, pue essendo i meno responsabili delle scelte scellerate dei loro superiori.

Ora una breve disamina delle 20 dell’ultima serie A, in ordine di classifica.

MILAN 86 – Ha vinto lo scudetto per due punti, e dove sono usciti? Forse dal derby di ritorno vinto, o da quella vittoria al 92′ all’Olimpico sulla Lazio, o forse dal pasticcio di Radu a Bologna. Questo Milan nasce nel campionato post-pandemia nell’estate 2020, poi cestina lo scudetto nel febbraio 2021, stava per cestinare questo nel febbraio 2022, salvo riprenderlo di nuovo a marzo e rischiare di cestinarlo di nuovo ad aprile. Il mega sprint finale sarebbe stato vano senza la buccia di banana bolognese dei cugini. Ma chi vince ha sempre ragione, ed è più forte di presunti torti ed ingiustizie. Due sono proprio grosse: il gol fantasma di Udogie e queel pasticciaccio con lo Spezia. In generale, Giroud non era bollito, ed ha messo una buona fetta di scudetto insieme a Leao e Tonali. Una tra le squadre più giovani a vincere il tricolore. I prossimi anni del calcio italiano parleranno milanese?

INTER 84 – Diciamocela tutta: il secondo scudetto di fila, quello della seconda stella, quello del tripletino e cos’altro non è arrivato per dei piccoli particolari. Una squadra perfetta che da aprile in poi le vince tutte, tranne la maledetta partita irrecuperabile di Bologna. E da lì c’è stata come la sensazione che vincere le successive non bastasse più, anche perchè pure l’arrivo a pari punti avrebbe bocciato gli Inzaghi-boys, e così è stato. Giocarla il 6 gennaio come da copione? Sì, l’Inter era in forma, ma lo era anche il 27 aprile, inutile girarci attorno. E’ stato uno scivolone. Unico, ma fatale. Da sommare alla marea di punti persi tra febbraio e marzo, 7 soli ottenuti in due mesi, con solo la cinquina alla Salernitana non ancora miracolata, contro i 17 dei cugini. Anche lì fa la differenza. Resta un Lautaro che quando sta in piedi è una bomba: 21 reti, mica noccioline.

NAPOLI 79 – Quì invece conti dove il Napoli ha perso lo scudetto, che poteva essere alla portata, soprattutto dopo un’annata partita con 8 vittorie di fila: sì, il clamoroso suicidio di Empoli, ultima goccia che ha rotto il vaso, ma poi fai due conti e sommi le partite perse al Maradona con Spezia, lo stesso Empoli, Milan, Atalanta, Fiorentina, il pari a Cagliari, quello in casa col Verona. E vedi che sono troppi i punti persi per strada, e nonostante tutto arrivi a soli 7 punti dalla vetta. Quasi un lusso. L’ultimo Napoli di Insigne, ora sarà sempre più il Napoli di Osimhen.

JUVENTUS 70 – Un quarto posto senza vincere nulla può essere risultato positivo? Se si conta dove stava la Juve a dicembre, a -9 persino dall’Atalanta, sembra un’impresa. In realtà Allegri doveva essere la ripresa di un discorso vincente interrotto nel maggio 2019, invece non si è fatto altro che involvere la squadra. Ok la fuga di Ronaldo, ok i brutti acciacchi di Chiesa, ok l’assenza di un centravanti di peso, ok Dybala e Kean involuti, ok un centrocampo che non esiste, dove spesso i convocati erano solo tre di ruolo. A gennaio è pure arrivato il centravanti, giovane, alto e possente, ma Dusanvlahovic, dai 17 a Firenze è passato ai 7 a Torino, dopo l’illusorio febbraio. Insomma, da agosto non ci sono scuse, neanche per Allegri. Vedremo che darà il mercato dopo la smobilitazione generale, via Dybala, via Morata, via Bernardeschi.

LAZIO 64 – Non ha fatto cose eccezionali, solo guadagnato un posto in più rispetto all’anno scorso, ancora davanti ai cugini, ma disputando la stessa coppa. Comunque diversa disconmtinuità, visto che il quinto posto si è attestato solo nel finale, oscillando tutta stagione tra quinto ed ottavo posto. Se Immobile, quarto titolo di capocannoniere in serie A, col club si prende le maggiori soddisfazioni che con la nazionale, non dimentichiamo anche l’apporto dato da Milinkovic-Savic e dal rientrante Felipe Anderson. Molto più dello scontento Muriqi, liberato a gennaio. Sarri è fresco di rinnovo fino al 2025.

ROMA 63 – Non fosse arrivata la vittoria in Conference, per la squadra di Mourinho sarebbe stata una stagione mediocre: la lotta per la Champions è stata abbandonata in primavera, dove è arrivato anche il punto più alto: il 3-0 nel derby. Il sesto posto è solo uno in più guadagnato rispetto a Fonseca, ma scalando di una posizione nelle gerarchie europee, vincendo il primo trofeo dell’UEFA da chiudere il saldo in positivo. Boom la prima stagione italiana di Abraham, un Pellegrini devastante ed uno Smalling lontano dalla pensione. Fuochi di paglia invece i vari AfenaGyan (la doppietta lampo al Genoa e poi il nulla), Maitland-Nyles, e Sergio Oliveira, partito bene ed eclissatosi.

FIORENTINA 62 – La buona stagione disputata alla fine ha garantito un ritorno in Europa dopo cinque anni, anche se dalla porta minore della Conference. All’andata i viola hanno sognato anche la Champions, poi la cessione di Vlahovic (che resta capocannoniere della squadra con 17 reti) ha rischiato di veder trascinare la squadra fuori da ogni velleità europea, salvo poi riprendersi nel finale. I punti più alti della stagione, il 4-3 al Milan di novembre ed il 3-2 a Napoli di aprile (dopo il 5-2 in coppa Italia a gennaio). Alla fine Piatek e Cabral non sono valsi il serbo, Nico Gonzales a strappi, Kokorin è stato una comparsa, meglio Bonaventura e Torreira da primavera. Ed Italiano che ha confermato di essere un buon allenatore, dopo l’arrivo in fretta e furia dopo l’addio di Gattuso prima di cominciare.

ATALANTA 59 – Fino a febbraio la squadra di Gasperini era comodamente nel salotto buono europeo. La quarta partecipazione consecutiva alla Champions sembrava una formalità, nonostante la bruciante uscita ai gironi. Poi qualcosa ha iniziato a guastarsi, la squadra ha iniziato a precipitare sempre più giù ed alla fine non è arrivata più neppure l’Europa minore, dopo l’uscita anche dall’Europa League. Sì, dopo 6 anni l’Atalanta è fuori da tutto, un ciclo che si chiude. La sesazione è che il gruppo, dopo la perdita della Champions, non credesse più in se stesso. Poi l’handicap del Gewiss Stadium: la squadra ha fatto meglio fuori casa che davanti ai propri tifosi. Ancora un enigma la situazione di Ilicic, ma seppur in una stagione così, la conferma di un super Pasalic. E che Koopmeniers non vale Gosens.

VERONA 53 – Partita male con Di Francesco, già da metà settembre è arrivato Tudor, e col croato la squadra si è ripresa, centrando una salvezza con molte giornate d’anticipo. A fine anno è stata pure in corsa per un posto in Conference, seppur senza crederci troppo. Le 17 reti del Cholito Simeone (più prolifico all’andata) determinanti per la stagione, quando Kalinic è andato a strappi e Lasagna ha deluso. Ottima annata anche di Barak e Caprari, bene Faraoni e Tameze. Tudor ha lasciato la squadra, per l’anno prossimo potrebbe toccare proprio all’udinese Cioffi.

TORINO 50 – Sotto la guida di Ivan Juric, la stagione è stata a livelli sufficienti, con un decimo posto centrato senza mai essere coinvolta nella lotta per la salvezza. Tutto bene quindi, nonostante la differenza l’abbia fatta di meno il Gallo Belotti, ma più Brekalo, Lukic e Sanabria. Interessante poi la coppia di centrali di centrocampo PobegaRicci, costituitasi a gennaio con l’arrivo di quest’ultimo dall’Empoli.

SASSUOLO 50 – Dalla quasi Conference del 2021, all’undicesimo posto di quest’anno, anche se la squadra allenata dal rampante Dionisi ha messo in conto la coppia d’attacco italiana più prolifica: Scamacca, con 17 gol, e Raspadori, con 10, senza escludere i 16 gol di Berardi. Un terzetto micidiale, e con qualche impresa, come le vittorie in casa delle milanesi e della Juventus. Ormai i neroverdi sono una realtà consolidata del nostro campionato.

UDINESE 47 – Salvezza con diverse giornate d’anticipo conquistata con due allenatori: Gotti, e da dicembre, Cioffi. Sembrava più difficile, dopo le cessioni di De Paul e Musso, ma il club friulano ha trovato lo stesso la quadratura del cerchio, con i 13 gol di Deulofeu, il ritorno di Pussetto, la scoperta Beto, e scommesse vinte come Udogie, Success e la grande conferma di Molina, pronto per una grande.

BOLOGNA 46 – Stagione ancora alle prese con i problemi di salute di Mihajlovic, ma la squadra ha ottenuto una brillante salvezza tenendo fede alla grinta del proprio tecnico: giudice insindacabile dello scudetto, ha in pratica fatto perdere lo scudetto all’Inter, dopo aver rischiato di farlo perdere al Milan, ha quasi battuto la Juve a domicilio e fermato la Roma, dopo averla battuta all’andata, travolto la Lazio all’andata ed uscendo imbattuta da Bergamo. Bella scommessa vinta Arnautovic, Barrow ed Orsolini hanno fatto il loro, mentre Sansone pochi gol, ma pesanti…per lo scozzese Hickey, classe 2002, stagione dell’affermazione.

EMPOLI 41 – Salvezza più che meritata per il club di Andreazzoli, che sio è tolto anche soddisfazioni importanti, come i successi su Juve e Fiorentina all’andata e la doppia affermazione sul Napoli. Mettendo in mostra un Pinamonti finalmente maturo, e buoni gregari come Bajrami, Zurkowski ed Henderson. Mancuso ha segnato il gol della storica vittoria in casa della Juve, per poi passare al Monza a gennaio.

SAMPDORIA 36 – Annata parecchio sofferta, in cui è arrivata una salvezza stiracchiata al penultimo turno, prima con D’Aversa, poi con Giampaolo. Pur senza brillare, ma alla fine con un Ciccio Caputo che con 11 gol ha fornito il suo apporto indispernsabile, visto il naturale calo in zona gol di Quagliarella, il periodo top in primavera del discontinuo Gabbiadini. Da segnalare un Candreva formato Nazionale. Meno incisivo Sensi, mentre Giovinco non ha trovato sufficiente spazio. Si spera nel recupero a tempo pieno di Damsgaard, fuori tutta la stagione per un brutto infortunio.

SPEZIA 36 – La situazione a Natale vedeva Thiago Motta praticamente esonerato prima della sfida col Napoli. Poi è successo quello che tutti sappiamo: lo Spezia ha espugnato il Maradona, Giampaolo ha preferito la Samp allo Spezia, l’italo brasiliano è rimasto ed ha salvato i liguri, costretti dal blocco del mercato a cavarsela con quello che c’era. E con l’involuzione di Nzola, sono bastati Manaj, Agudelo, Bastoni ed Erlic.

SALERNITANA 31 – Fino ai primi di aprile sembrava spacciata, mestamente all’ultimo posto, destinata ad un rapido ritorno in serie B. Nè Castori, nè Colantuono sembravano aver risollevato la situazione. Ma con l’arrivo di Nicola, ed un mercato invernale più risolutivo, la squadra ha iniziato ad ingranare, e seppur di un soffio, ha strappato una salvezza che sembrava impossibile. Merito anche dei gol di un ritrovato Bonazzoli, di Djuric, e degli inserimenti invernali di Verdi ed Ederson. Meno appariscenti Fazio e Perotti (il rigore fallito col Cagliari rischiava di costargli caro). Ribery, inserito a settembre, nonostante sia rimasto a secco, ha aiutato moltoi la squadra. Bocciati Simy e Gondo, ceduti in inverno.

CAGLIARI 30 – A forza di scherzare col fuoco prima o poi ci si brucia. A Cagliari, dopo salvezze avventurose, è arrivata stavolta la caduta, trascinato giù nelle ultime giornate dopo i problemi di gol. Partito con Semplici, la squadra è stata affidata poi a Mazzarri, ma l’esonero a tre giornate dal termine non ha certo giovato, col tecnico della primavera Agostini che ha concluso la stagione in modo pessimo. L’allontanamento di Godin e Caceres in inverno, ritenuti responsabili di troppi errori, non ha giovato. Si salvano i gol di Joao Pedro, il ritorno di Pavoletti, e la scoperta di giovani come Bellanova ed Altare.

La delusione dei sardi dopo il fischio finale della gara di venezia, che ha sancito la retrocessione in B.

GENOA 28 – Come il Cagliari, a forza di rischiare prima o poi ci si brucia. Questa volta non c’è stato rimedio a quello che per tante volte negli ultimi anni si era avverato. Il nuovo cambio societario ha pagato anche scelte azzardate che non hanno pagato in panchina: via Ballardini, dentro prima Shevcemko e poi Blessin, ma la salvezza non è più arrivata. Il solito cambio di uomini ad ogni sessione di mercato stavolta non ha aiutato: si è capito già dall’esordio che la rosa del Genoa non era da stagione tranquilla.

VENEZIA 27 – Toccata e fuga per la squadra lagunare, che pur fino ad aprile sembrava che ce la potesse fare, Non sono bastati risultati di prestigio come le vittorie su Roma e Fiorentina, il pareggio imposto alla Juve, ed alcuni colpi esterni come Bologna e Torino. Da febbraio in poi è iniziata la caduta, con le 10 sconfitte di fila che hanno segnbato la caduta, con l’assurda scelta di esonerare Zanetti con l’acqua ormai alla gola per fare posto al traghettatore Soncin. Resta la buona scoperta di Henry, e la buona stagione del tandem AramuOkereke.

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