#RawDiamonds

#RawDiamonds: Carlos Alcaraz

Nel noto film Matrix si ipotizzava che la realtà fosse una proiezione artificiale generata da una IA che aveva soggiogato ed utilizzato come fonte di energia l’umanità.

I pochi combattenti della resistenza umana hanno una sola speranza, trovare l’Eletto, ovvero Neo interpretato dallo strepitoso Keanu Reeves.

Uno delle scene più iconiche del successo dei fratelli Wachowski è senza dubbio il deja vu del gatto nero.

Scena iconica.

Quando Neo si rende conto di aver visto due volte il felino è il segnale che Matrix sta cambiando, per contrastare la resistenza.

Evidentemente qualcosa deve essere cambiato in Matrix anche l’11 maggio quando Charly Alcaraz ha decido di fare a pezzi la difesa dell’Aldosivi, in una replica fedele del fu Celia Punk, meglio noto come Arturo Vidal nella sua versione più da assalto ed imberbe in maglia Colo Colo.

Molte le similitudini tra il racinguista ed il cileno, ma molte anche le differenze, andiamo a scoprirle assieme.

Biografia

Carlos Jonas Alcaraz nasce a La Plata, il 30 novembre 2002.

Tuttavia se vogliamo parlare della sua storia bisogna partire da molto più distante.

Basta vederlo in faccia per immaginare un personaggio con una epica che sembra uscita da un racconto di Galeano. Ed in effetti non può che essere così, con realtà e fantasia che si accavallano e superano reciprocamente.

Charly ha un volto che parla, lo sguardo vispo e carico di voglia di rivalsa dell’Argentina più umile.

De barrio.

Conurbano profondo nelle sue vene e nel suo quotidiano.

Faccia che non rimanda ne alle diagonali eleganti della perla dell’Atlantico, ma neanche alle distese verdi infinite della Pampa che si apre alle spalle della città. La faccia di Charly parla di barrios umili, di potreros polverosi, lunghe file di casette modeste, di tanti “laburantes” che mettono assieme con fatica pranzo e cena, ma che non rinunciano alle gioie della vita e della socialità.

Da bambino.

Charly ha la faccia di quell’Argentina genuina e verace che ti riempie l’anima con il suo calore umano, con la sua unicità nel mettere un pizzico di magia anche nelle cose più semplici, come il mate con gli amici o l’asado in famiglia.

Effettivamente quello è l’humus culturale e sociale in cui cresce Carlos, figlio di Doña Amalia, lavoratrice indefessa e donna pratica e concreta, e di Carlos, ala vecchio stampo con un passato da leggenda del futbol locale de La Plata, idealista, un po’ indolente, ma estremamente poetico nella sua parabola sportiva assolutamente fuori dal tempo.

Come spesso accade per capire il giovane bisogna conoscere il vecchio.

Carlos Senior, per tutti El Negro Ata, è una leggenda del futbol amatoriale Platense.

Lo descrivono come un’ala di grande qualità tecnica, velocissimo palla al piede e con quel dribbling imprevedibile che solo essere cresciuto in un potrero può regalarti. Il problema più grave è la pigrizia, non tanto fisica, quanto intellettuale, El Negro non ne vuole sapere di uscire dalle sua comfort zone. Il barrio, gli amici di sempre, due pesos presi in qualche modo, la stessa squadra di sempre, il Curuzù Cuatia, quel piccolo mondo gli basta per essere felice, ma al contempo alimenta il suo personaggio.

Leyenda.

Carlos senior non lo ho mai nascosto, per arrivare a giocare da professionista sarebbe bastato avere un pizzico di volontà. Le occasioni gli si erano presentate, con Estudiantes e Gimnasia che avevano bussato più volte alla sua porta, ma El Negro non amava troppo allenarsi, anzi.

Galleggiava nelle leghe minori, divertendosi un mondo e guadagnandosi il lusso di prendersi una prima pagina grazie ad un gesto di enorme sportività.

In una accesa gara di campionato fra El Cruce e l’Everton de La Plata un difensore di questi ultimi resta a terra con un profondo taglio al volto. L’arbitro non ferma il gioco e la partita continua fino a che un compagno di squadra del ferito raccoglie la sfera con due mani per consentire i soccorsi. Purtroppo il ragazzo non si avvede di essere in area e lo zelante direttore di gara assegna il penalty.

Dal dischetto va Alcaraz senior. Dice al portiere di spostarsi, che lo tirerà fuori. Il portiere non gli crede. Ata sbuffa, sorride e tira una mozzarella a tre metri dal palo.

Vincere è importante, ma conta anche il come.

Quel giorno Carlos senior si guadagna un giro d’onore a spalle dei tifosi dell’Everton, una camiseta degli avversari, ma sopratutto la fama eterna e la prima pagina del quotidiano El Dia, che lo consacrò a “caballero de la cancha”.

Però di cavalleria non si vive e a casa Alcaraz il pane non lo mette in tavola il padre, ma la più concreta signora Amalia, vera artefice del successo del figlio a detta proprio del 22 del Racing.

Con la madre.

La madre di Charly deve vestire i panni della concretezza, perché siamo ormai nella Argentina post default del 2001 e a giocare nelle leghe inferiori il vecchio non è che abbia fatto i miliardi, la crisi impazza e mettere da mangiare in tavola diventa sempre più complesso.

Non fosse per Amalia che si rimbocca le maniche andando a spazzare i pavimenti e rassettare case forse gli Alcaraz la passerebbero molto male, invece in qualche modo si campa, non nel lusso, ma con dignità.

Il piccolo Charly è una trottola di energia, nato con il pallone sotto il braccio e idolatrando il padre, tanto che il suo destino sembra segnato: vestire la maglia legata alla figura paterna, quella del Curuzù Cuatià.

Ata e figli

In effetti il verdeoro del Cruce sarà la divisa di Carlos junior per diverse stagioni, ma il padre si accorge subito che il piccolo Charly è di altra pasta rispetto a lui.

Spesso durante il tragitto per il campo il bambino si ferma ad osservare con attenzione il predio DIVE (Deporte Infantil Villa Elisa), una accademia specializzata in formazione guidata da Carlos Pizarro, altro nome pesante del sottobosco calcistico platense.

Carlos osserva con ammirazione i campi curati e i materiali da allenamento più moderni ed efficienti dei rivali in maglia rossa e senza mezzi termini li trova spettacolari.

Si narra che spiasse gli esercizi per poi replicare sul campo del Curuzù, finché dopo anni di repressione forzata una sera a cena esplose.

Quiero jugar en el DIVE!

Ovviamente il padre sbiancò, fedele al club oltre ogni immaginazione.

Doña Amalia però forse vedeva oltre. Aveva conosciuto El Negro Ata come calciatore e sapeva quanto importanti fossero le scelte giuste se del calcio si vuole fare una professione. Il marito aveva svoltato dalla parte sbagliata ad ogni incrocio della sua carriera, sprecando un talento evidente che anche il figlio possedeva. Non avrebbe permesso che succedesse ancora.

Ci fu una breve discussione, ma la sentenza era scritta: “Ese miercoles te van a hacer una prueba.”

Dieci e palla sotto il braccio per Charly.

La signora Amalia mettendo il pane in tavola aveva anche diritto decisionale, manco fosse il consiglio di sicurezza dell’ONU.

Ovviamente quando vide arrivare questo diavoletto figlio del leggendario Alcaraz, il DT Pizarro si inizio a sfregare le mani.

Conosceva il padre, ma anche il figlio, e se il ragazzo avesse preso anche solo una metà del carattere testardo e combattivo della madre non ci sarebbe stata trippa per gatti, avrebbe avuto un futuro calciatore professionista in squadra.

Pizarro e Alcaraz anni dopo.

In effetti sembra tutto scritto.

Il talento quasi buttato del padre, la madre saggia e accorta, il tecnico lungimirante e infine lui Charly un puledro con l’argento vivo addosso, con un carattere forte, forse troppo.

Costantemente fra i migliori elementi della città Carlitos inizia a costruirsi una reputazione che esula quella del padre.

Con il DIVE cresce enormemente come calciatore, sotto il profilo tecnico, tattico e personale.

Pizarro è un esperto della categoria e già capisce cosa sta per succedere nell’estate 2017 quando il Racing Club de Avellaneda organizza una amichevole fra la sua U15 e la rappresentativa dei club minori de La Plata.

La gara finisce con un perentorio 6-1 per la Academia, ma ovviamente la rete della bandiera degli ospiti porta la firma di Carlos Alcaraz, che oltre a segnare lotta come un leone per tutti i novanta minuti.

Detto fatto il club bianco azzurro decide di fare un’offerta per il cartellino del ragazzo che, a differenza del padre, coglie la palla al balzo e si trasferisce a Buenos Aires, presso il prestigioso centro Tita Mattiussi.

Il centro per le giovanili

Non è tutto rose e fiori però.

Charly è abituato ad essere una stella solitaria, mentre nel nuovo contesto è uno fra i tanti calciatori di talento.

Frustrato per le panchine, inizia a farsi la fama di quello con il caratteraccio a causa di alcuni scontri con i compagni e lo staff.

Qui però si nota la grandezza a livello di sviluppo del calciatore e della persona del club.

Lo staff non molla, anzi lavora più duramente sul ragazzo perché indirizzi la sua energia in maniera costruttiva. Certo ancora oggi lo si nota mandare a quel paese i compagni con facilità, ma quanto meno il ragazzo ricuce i rapporti con club e resto della squadra, probabilmente comprendendo quello che ancora non aveva assimilato del tutto, ovvero la necessità di una squadra unita per raggiungere i risultati comuni e singolari.

Nella squadra riserve.

Raccontano infatti che da rinnegato/corpo estraneo alla squadra Carlos si sia trasformato in breve tempo in un leader tecnico e carismatico della Octava Division.

Carattere che da problematico diventa carismatico e trascinante.

Il tecnico lo coccola, lo guida e lo indirizza anche nel momento in cui a causa dei problemi caratteriali viene escluso dalla squadra titolare giovanile, siamo nel 2017, alla vigilia della finale di campionato e solo l’intervento dell’allora DS Diego Milito evita la catastrofe. L’esclusione dalla finalissima ferisce Charly che minaccia di andarsene immediatamente, furioso per quella che ritiene una ingiustizia. Si tratta però di una decisione presa in ottica futura. Alcaraz non lo capisce, ma si fida del direttivo bianco azzurro e raccoglierà i frutti a breve.

Lo nota Beccacece che lo incorpora alla prima squadra come “sparring partner”, anche nei momenti in cui girava male nelle giovanili.

In allenamento

Beccacece infatti crede in Carlos e alla fine lo farà debuttare il 26 gennaio 2020 nel pareggio interno con l’Atletico Tucuman.

Un paio di spezzoni in Copa Libertadores e grazie ad un mix di infortuni, disperazione e cattivi risultati Carlitos inizia a scendere in campo dal primo minuto.

Alla terza presenza da titolare si rivela match winner nella sfida contro l’Union de Santa Fe, quattro giorni dopo si presenta ridendo a infilare il quarto penalty dell’ottavo di Libertadores che sancisce l’eliminazione del Flamengo al Maracanà.

Tranquillo.

Insomma in poche parole nella stagione amara per l’AKD, arriva una piccola soddisfazione: l’ennesimo talento cresciuto in casa.

La tradizione dei biancazzurri è feconda da questo punto di vista: El pirata Barcos, Diego Milito, Juan Musso, El Pollo De Paul, i fratelli Zuculini, Lautaro Martinez, Federico Vietto, Matias Zaracho sono solo gli ultimi talenti cresciuti all’ombra del Cilindro de Avellaneda. Alcaraz ha tutta l’intenzione di aggiungersi alla lista.

Amatissimo dai tifosi per la sua indole guerriera e guascona, non passa inosservato per canzonare gli eterni rivali dell’Independiente dopo aver deciso uno dei Clasicos de Avellaneda. “Un minuto de silencio para El Rojo, que ya esta muerto” aveva dichiarato piccante ai microfoni, da capopopolo navigato e provocatore astuto.

Timidezza al microfono non pervenuta

Il primo semestre con Beccacece è una esperienza estremamente positiva per Carlitos. Protagonista sempre più del gioco, leader in campo e amato sugli spalti.

Un sogno divenuto realtà per il figlio di Amalia e Carlos, che sta riuscendo in ciò che non riuscì al padre, fresco fra le altre cose di rinnovo con aumento e clausola rescissoria portata a 22 “palos verdes”.

Rinnovo.

Come in ogni storia però deve apparire un antagonista a mettere i bastoni fra le ruote al nostro eroe, nel nostro caso ciò si concretizza con la cacciata di Beccacece e l’arrivo in panchina di Juan Antonio Pizzi.

Il tecnico spagnolo, ma cileno d’adozione, da subito non si prende con Charly. Spende parole importanti per il ragazzo, ma probabilmente sente che abbia più bisogno di bastone che carota, come abituato fino ad ora.

Arrivano tante panchine, che invero ne minano il morale, e che creano un ambiente piuttosto tossico fra la tifoseria e il tecnico.

Pizzi e Racing è un matrimonio che non s’ha fare e dopo otto mesi il tecnico saluta l’AKD, lasciando spazio a Ubeda come tecnico ad interim.

Quest’ultimo rimette al centro del progetto il centrocampista di Villa Elisa e dopo un iniziale rodaggio, Carlos torna a sciorinare classe, qualità e agonismo, infiammando la hinchada del Cilindro.

In gol.

Il vero salto di qualità però avviene in quest’ultima annata.

Sulla panchina della Academia si siede un grande ex calciatore, quel Fernando Gago che tanto poteva dare al futbol, ma che infortuni di ogni sorta hanno limitato enormemente.

Gago e Alcaraz.

L’ex volante nativo di Ciudadela propone un calcio offensivo, molto verticale e con una attenzione particolarmente marcata sulle transizione e sull’attacco della verticalità. Tutte caratteristiche che esaltano enormemente il nostro Charly.

Il classe 2002 si prende la titolarità con prove di grande carattere e qualità.

Versatile, energetico, carismatico e puntuale in zona gol si dimostra un valore aggiunto per il club di Avellaneda, pur in momento storico di appannamento per El Primer Grande.

Por la hinchada.

Un ulteriore rinnovo con adeguamento di stipendio e clausola rescissoria innalzata a 25 milioni di euro mette l’AKD al riparo da scippi da parte delle grandi europee che negli ultimi mesi hanno messo sotto la lente di ingrandimento il figlio del Negro Ata.

Milan, Inter e Juventus sono in prima fila per questo ragazzo di grandi qualità, ma ancora con molto da definire nel suo profilo tecnico.

Uno degli scontri classici: Racing vs Boca.

Da ragazzino si era promesso di diventare futbolista per poter regalare un po’ di riposo alla madre, oberata dal lavoro. Questo sogno si è realizzato e Charly non scorda assolutamente da dove è partito, con frequenti visite al quartiere della sua infanzia e al dt Pizarro che ancora allena al DIVE. Radici forti per crescere robusti, così si dice.

Carlos Alcaraz sembra possederle e sembra possedere anche quella fame e quella volontà di primeggiare che mancò al padre a suo tempo, che si accontentò della gloria dei campetti de La Plata senza voler sfidare il mondo. Il figlio invece sembra volerlo sbranare il mondo, a volte troppo carico di veemenza e ferocia. Incanalare questo carattere sarà il primo passo verso l’Europa.

Caratteristiche tecniche

Carlos Alcaraz è un calciatore piuttosto versatile per posizione.

Il suo ruolo prevalente è senza dubbio la mezzala di centrocampo, preferibilmente a destra, ma può rivestire con capacità anche i ruoli di interno in una mediana a due, trequartista, esterno in un tridente offensivo e addirittura seconda punta.

Heatmap in campionato
Heatmap in Copa Sudamericana

In questi anni al Racing ha fatto un po’ da tappabuchi per colpa di una rosa disfunzionale e mal organizzata, ma nelle ultime uscite con Gago da allenatore ha finalmente potuto trovare stabilità nel suo ruolo, con discreto effetto positivo sulla qualità delle sue prestazioni.

183 centimetri di statura, molto dotato dal punto di vista atletico anche se tende a gestire male le energie, arrivando spesso in fondo alla gara con il fiatone. Rapido ed in possesso di un buon allungo, si dimostra sorprendentemente pericoloso nel gioco aereo grazie a un mix di tempismo, elevazione e senso della posizione notevole.

Allenamento

Nonostante la giovane età risulta già piuttosto formato a livello muscolare e non teme di incrociare le armi con nessun dirimpettaio, anche grazie ad un carattere indomito e focoso.

Carattere che è sempre stato descritto come un arma a doppio taglio per la sua carriera. Troppe le ammonizioni raccolte per la sua irruenza, troppi i litigi ed i problemi di spogliatoio in cui è stato protagonista per motivi futili (un passaggio sbagliato o un movimento fuori tempo). Da più campane suona la stessa musica: o Carlos inizia a controllare il fuoco agonistico o questo lo finirà bruciando.

Intervento deciso.

Questo fuoco lo rende l’ultimo ad arrendersi, lo rende quello che lotta su ogni pallone con ferocia, diventando idolo della tifoseria e elemento prezioso e trascinante per il gruppo, ma deve essere incanalato.

Fortunatamente le scenate pubbliche con i compagni sembrano essere un ricordo del passato e ora stiamo apprezzando i lati più positivi del carattere peculiare di Charly, portato in maniera naturale a essere leader e a non mollare mai. Anzi gli spifferi dello spogliatoio parlano di un ragazzo sempre più supportato e aiutato dai veterani, riferimento tecnico e carismatico della rosa. A solo 19 anni non è cosa da poco.

Con capitan Pillud c’è un gran feeling.

Dal punto di vista tecnico è destrorso, poco incline all’uso del piede debole, sebbene anche questo sia di buon livello.

Possiede un bagaglio tecnico più di spada che fioretto, talvolta proponendo controlli palla e soluzioni efficienti, ma prodotto di “morsi di cane” piuttosto che del cesello di un artista del pallone rioplatense.

Sa comunque cavarsela in ogni situazione, sopratutto se dinamica o con spazi aperti.

Abilissimo in conduzione palla al piede ha la struttura fisica e la qualità per guadagnare metri rapidamente e alzare il baricentro della squadra, spesso spezzando la prima linea di pressing avversari in dribbling, o meglio ancora ribaltando l’azione dopo un contrasto e recupero palla.

È in possesso di un buon passaggio, ma talvolta per foga risulta impreciso. Di fatto lo potremo definire un passatore da alti volumi di gioco più che di precisione.

Remember The Name.

Quando si tratta di scegliere tende ad essere molto verticale, diretto, senza tergiversare nella circolazione bassa, ma provando ad andare avanti ed essere pericoloso nel più breve tempo possibile. Questa sua attitudine è certamente amplificata dalle direttive tecniche di Gago, in netta controtendenza rispetto alla maggioranza delle compagini argentine tendenzialmente legate ad un gioco più statico e compassato.

Del suo bagaglio tecnico colpisce la capacità di andare al tiro. Se il controllo di palla ed il passaggio sono di buon livello, ma migliorabili, lo stesso non si può dire della battuta a rete.

Charly ha una caratteristica che si osserva sempre meno nei centrocampisti moderni: il calcio dalla distanza.

Ci sono certamente delle ragioni di natura statistica e di analisi di dati che spiegano perché i tiri da fuori sono sempre meno utilizzati, ma devo essere sincero la botta dai venticinque metri resta una goduria.

E Alcaraz possiede senza dubbio questa qualità. Calcia in maniera potente e precisa anche da lunga distanza, sopratutto sui piazzati dove ha già raccolto un paio di marcature. Colpisce la palla in modo secco, violento e risulta pericoloso per i portieri perché in qualche maniera il pertugio per far passare la sfera lo trova sempre.

Dopo il tiro spesso finisce così.

La facilità di andare in rete per il Platense però è legata più a quello che fa senza la palla che con la palla.

Carlos risulta diabolico nello smarcamento, liberandosi dell’avversario in maniera intelligente e velocissima. Lo fa con eguale facilità tanto a centrocampo per offrire opportunità di passaggio, quanto negli ultimi sedici metri dove si muove con estrema disinvoltura. Se avete dubbi andate a vedervi la doppietta stampata ai quarti di Copa de la Liga contro l’Aldosivi, una delle sue vittime preferite, dove gioca a nascondino con i difensori prima di infilare due volte la rete.

Doppietta.

Cambi di direzione e di ritmo sono la specialità della casa, con movenze feroci e astute. Ha bisogno come calciatore di stare molto a contatto con la sfera, tende infatti a soffrire quando viene tagliato fuori e tocca pochi palloni.

Nato come giocatore prettamente offensivo Alcaraz sta imparando anche come vivere nell’altra metà della cancha.

Come avrete intuito per il carattere e l’attitudine descritta Carlos è uno di quei calciatori che adora i tackle spettacolari, le scivolate che infiammano i tifosi e che cambiano ogni tanto l’inerzia delle partite.

Purtroppo però questo genere di interventi spesso si risolvono in un quadrato di cartoncino giallo sventolato in volto, 6 gialli in 14 presenze in campionato. Numeri eccessivi, che vanno normalizzati.

In duello.

Come vanno normalizzati i numeri dei contrasti dove Alcaraz è spettacolare, ma non efficace, con appena il 51% dei duelli difensivi vinti.

La sensazione è quella che il ragazzo debba crescere a livello di esperienza e tecnica individuale in questo frangente, imparando a fare tempo e scegliere i momenti opportuni per calare la mannaia, limitando gli interventi per la platea ad un numero più consono.

Stranamente per quanto concerne i duelli aerei Alcaraz risulta ben più performante.

Si porta a casa il 64% delle sfide volanti e da la sensazione di buona affidabilità in questo fondamentale.

Di testa.

In linea di massima parliamo di un calciatore ancora acerbo su entrambi i lati del campo, guidato più dall’istinto che dal ragionamento, capace di regalare degli sprazzi illuminanti così come di bucare pericolosamente la prestazione, sopratutto quando la partita non si mette subito sui binari giusti.

Ovviamente è un giudizio assolutamente momentaneo, la crescita e lo sviluppo tecnico tattico di Alcaraz sono evidenti mese dopo mese, sopratutto sotto la guida del tecnico Gago.

Un talento importante, straripante per certi versi, che va indirizzato, ma non addomesticato, pena la perdita della sua spontaneità e naturalezza.

Evoluzione

La crescita di Carlos Alcaraz è l’aspetto più difficile da prevedere e forse per questo più interessante. Come detto ad inizio articolo vederlo giocare mi trasmette le stesse sensazioni che fece a suo tempo Arturo Vidal, per carattere, grinta, fisicità, capacità di andare a cercare la rete e bagaglio tecnico completo, pur partendo da una impostazione più offensiva come calciatore.

Esultanza

Ad oggi resta comunque un calciatore con ancora tanti lati da migliorare, dal carattere fino alla gestione tecnica.

Il lavoro da fare non manda quindi, ma le premesse sono molto molto interessanti.

Innanzitutto, pur valorizzandosi grazie alla sua versatilità e capacità di adattarsi a diversi ruoli credo sia fondamentale per Charly definire se stesso come ruolo e compiti, senza lasciarsi trasportare dalle esigenze immediate del suo club.

Al lavoro

È un centrocampista, mezzala in un reparto a tre preferibilmente, e su questo deve lavorare come interpretazione del ruolo, tattica e tecnica specifica. Le escursioni sull’esterno o addirittura da punta sono state esperimenti interessanti, ma tali dovranno rimanere, con l’eccezione del “trequartista d’assalto” che può essere una risorsa anche per il futuro.

Nel corso del suo tratto iniziale di carriera Alcaraz ha dimostrato che la presenza di un allenatore in sintonia ne amplifica il buon rendimento, come accaduto con Beccacece e Gago, mentre con Pizzi accadde il contrario.

Sicuramente esiste una motivazione di contesto tattico diverso, ma è certo che se le buone prestazioni, e la crescita personale, passano dall’intesa armonica con il tecnico sarà bene valutare in futuro che scelte effettuare in sede di trasferimento.

Dal punto di vista tecnico senza dubbio servirà un raffinamento del bagaglio, ma senza grossi stravolgimenti. Il grosso del lavoro è da fare sull’applicazione e sulle letture della gara, a volte troppo facilone e superficiali.

A diciannove anni Alcaraz ha già affrontato molto per arrivare a vestire la maglia del Racing, confezionando una storia di vita affascinante. Ora si tratta di cambiare un po’ pelle nuovamente. Non si

Da stella assoluta in quel di La Plata a uno mas nelle giovanili bianco azzurre, da pibe in ascesa a cui molto viene perdonato a certezza a cui si perdona molto poco, per poi un domani tornare a vestire i panni della stella, magari dall’altro lato dell’oceano.

Vestito in bianconero

Si è parlato nelle scorse settimane di una Juventus interessata ai servigi del figlio del Negro Ata.

La notizia da un lato mi ha sorpreso, mentre dall’altro mi ha intrigato.

Certamente in bianconero serve un cambio di marcia sulla mediana, adagiatasi su una mediocrità ormai cronica.

Mancano carisma, gol ed energia. Tutte caratteristiche che il giovane argentino potrebbe portare.

Contro il River.

Tuttavia sappiamo bene come in bianconero il rinnovamento viene portato avanti con l’imperativo di mantenere la competitività, anche dopo due annate balorde come quelle vissute. È plausibile attendere la fisiologica fase di adattamento e poi di crescita tecnica che servirebbe a Alcaraz prima di poter essere un fattore? C’è da dire che quando chiamato a scalare marce nella sua breve carriera il numero 22 del Racing lo ha sempre fatto con entusiasmo e velocità.

Oltretutto dopo anni di siccità il nostro vivaio sembra essere riuscito finalmente a produrre elementi che potrebbero fare la differenza anche fra i grandi, parliamo ovviamente di Miretti e Fagioli, con Rovella spettatore interessato. Sfortuna vuole che siano profili vicini e in parte sovrapponibili per posizione a quello dell’argentino, complicando non poco le cose.

Perché se da un lato nessuno dei nostri sembra ad oggi avere la dimensione tecnica, la propensione all’inserimento e la fisicità di Charly, dall’altro le rose restano pur sempre da 25 calciatori e gli spazi a disposizione non sono infiniti.

Resta comunque un profilo di enorme interesse che potrebbe diventare nel giro di qualche stagione una mezzala molto interessante. Forse in caso di cessione ben remunerata di McKennie potrebbe rappresentare un profilo adatto a sostituire il texano, più che una alternativa al nostro drappello di giovanotti.

Conclusione

La verità è che essere obiettivi totalmente su Carlos Alcaraz dopo averne conosciuto la storia non è affatto semplice.

Sarà che di calciatori così ne vediamo sempre meno, in un football sempre più legato ad automatismi e comportamenti codificati la sua sana anarchia e furia agonistica è un qualcosa di piacevolmente nuovo e differente.

Resta un profilo ancora molto acerbo per letture, inesperienza e capacità di gestirsi caratterialmente e fisicamente, ma una personalità così, unita a doti fisiche e tecniche di primo livello, fanno pensare ad un futuro più che roseo.

La retorica della “fame” non è la mia maniera preferita di presentare un ragazzo come Charly, ma è chiaro che in questo caso il presente è legato a doppio filo con il passato personale, ma sopratutto familiare del ragazzo.

Carlos condensa molto dell’Argentina più proletaria, delle periferie disagiate che lottano contro la crisi economica continua del paese per non diventare villas. Forse sarebbe più comodo arrendersi e abbandonarsi nell’ozio e nella marginalità sociale, condita da sussidi ed assistenzialismo/clientelismo di stato, ma quelli come Carlos, e sua madre Amalia dicono no. Si rimboccano le mani e danno tutto ciò che hanno per restare a galla, costi quel che costi.

Strana proposta di rinnovo.

Alcaraz gioca a pallone con la stessa testa. Abituato a lottare da una vita quotidianamente, se continuerà ad avere questa attitudine a livello sportivo potrà levarsi grandi soddisfazioni, perché questo carattere a volte spigoloso è la sua maggiore risorsa.

Forse il successo, la maglia del Racing, la Primera Division, non avranno l’aurea poetica della carriera del padre fatta di Liga Platense e squadre scalcinate che sembrano uscite da un romanzo del realismo magico, ma la vita è concretezza e pragmatismo e a Carlos non mancano nemmeno questi.

Riassunto

Stefano Follador

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