#RawDiamonds

#RawDiamonds: Jacek Kulig da FootballTalentScout

Esiste un angolo di Twitter dove i calciofili più curiosi vanno a saziare la loro bramosia di conoscenza.

Un angolo un tempo poco noto, ma ora molto frequentato dove venivano e vengono esposti uno dopo l’altro tutti i migliori talenti che il calcio europeo e mondiale può offrire.

Una sorta di enciclopedia, un database enorme che nasce dalla mente di un ragazzo polacco: Jacek Kulig – Football Talent Scout.

Stefano Follador– Buongiorno Jacek e grazie mille per aver accettato questa intervista con noi. Innanzitutto complimenti per il tuo straordinario e incessante lavoro. Raccontaci un po’ la storia de tuo blog ed i vari canali social che gestisci.

Jacek Kulig-Il blog nasce come risposta alla mia volontà di farmi largo nel mondo del calcio. Da quando ho dieci anni ho iniziato a fare scouting in un certo senso, cercando di osservare le partite e i calciatori in maniera precisa e con attenzione. È sempre stata la mia passione e motivazione professionale, ma la mancanza di contatti diretti non mi lasciavano molte opportunità.

Internet però è una finestra sul mondo e ho pensato che se avessi iniziato a mettere online le mie analisi ed il mio lavoro presto o tardi qualcuno lo avrebbe notato.

Dopo il blog, nato nel 2013, nasce la pagina Facebook, ma la struttura di questo social network non premiava particolarmente i contenuti proposti, situazione un poco frustrante. Tuttavia su consiglio di un amico ho aperto un profilo Twitter dove le cose hanno iniziato a girare molto meglio.

Ad oggi conto con più di 162K followers su Twitter e 111K su Facebook.

SF– Il blog e la attività online per quanto di successo restano però secondarie rispetto al tuo vero obiettivo professionale, come procede la carriera di campo?

JK– Lo scopo del blog non era solo portare allo scoperto talenti poco conosciuti agli appassionati, ma anche essere un trampolino per la mia carriera nello scouting. Sono reduce da un’esperienza in Portogallo con il Famalicão dove per un anno ho avuto l’opportunità di lavorare come digital scout e match Analysist. Purtroppo cambiamenti interni alla dirigenza non hanno permesso la continuità del gruppo tecnico, ma è stata una ottima esperienza.

Al momento sto vagliando alcune opportunità, attendendo la proposta corretta. Nel frattempo do una mano ad un’amico nello scouting per un club polacco.

SF– Aldilà dell’aspetto professionale, quali sono i calciatori che hai ammirato di più da bambino?

JK– Non voglio fare il ruffiano, visto che questa è una pagina dedicata alla Juventus, ma senza dubbio il calciatore che ho più ammirato durante la mia infanzia e che mi ha spinto a fare questo percorso professionale è Alessandro Del Piero.

Le prime volte che mi sono reso conto che accendevo la tv per concentrarmi solo su ciò che faceva un calciatore e non sul resto della gara era per lui. Un calciatore di una classe e di una eleganza ineguagliabile.

Ho ammirato molto anche Riquelme e Baggio, per cui direi che ho un debole per i numeri 10. Giocatori che magari non sono funzionali al calcio moderno, ma restano estremamente affascinanti e di grande romanticismo.

SF– Seguendo la tua attività da qualche anno devo dire che spesso sei stato in grado di anticipare la crescita di diversi profili. Quali sono state le tue delusioni più grandi? I calciatori per cui avevi pronosticato grandi cose e che invece non hanno avuto la carriera che immaginavi?

JK– Devo dire che sopratutto all’inizio della mia carriera era più facile sbagliare alcune valutazioni. Con gli anni l’esperienza, ma anche nuovi strumenti a livello statistico e di analisi del gioco hanno reso le mie valutazioni meno istintive e più ponderate. Ad ogni modo citerò due calciatori da chi mi attendevo molto.

Il primo è Zakaria Bakkali, cresciuto nel PSV, squadra di cui sono tifoso insieme all’Atletico Madrid. Un ragazzo che aveva dalla sua un grande talento, gettato al vento per una serie di cattive decisioni e scarsa professionalità.

L’altro è Sergio Diaz, paraguaiano molto precoce finito al Real Madrid con enorme hype e altrettanto velocemente finito nel dimenticatoio.

SF– invece quali sono stati i calciatori che ti hanno sorpreso? Quelli che pensavi fossero negati ed invece hanno avuto una buona carriera?

JK– Ad onor del vero questa è una domanda che mi viene posta abbastanza spesso, ma a cui non posso rispondere.

Il motto del blog è “In Youth We Trust” e sono fedele a questa linea. Cerco sempre di essere ottimista e di vedere del potenziale o comunque qualcosa di positivo in ogni atleta.

SF– Al momento di valutare il potenziale di un calciatore cosa ritieni più importante per la sua futura carriera? Tecnica? Fisico? Testa?

JK– Senza dubbio la testa.

Il calcio è un’industria spietata, dove la pressione è a livelli altissimi e il tasso di successo estremamente basso.

Poter reggere a certe pressioni è fondamentale. Ho visto molti giovani calciatori estremamente dotati dal punto di vista tecnico sciogliersi come neve al sole quando la competizione sale. Ovviamente ci devono essere fisico e talento, ma la testa è senza dubbio l’elemento più importante. Purtroppo spesso nelle mie analisi non ho l’opportunità di conoscere personalmente i calciatori, ma senza dubbio la mentalità è fondamentale per valutare il potenziale futuro di un’atleta.

Il percorso è ricco di ostacoli, infortuni, cattive decisioni, agenti ingordi. La testa deve essere in grado di sopportare tutto ciò.

SF– Veniamo a noi, il mondo Juventus.

C’è un calciatore del nostro vivaio che ti ha impressionato particolarmente?

JK– Devo ammettere di essere un grande estimatore di Fagioli. È un calciatore che mi ha impressionato in ogni occasione in cui l’ho visto in campo. Eccellente tocco di palla e bagaglio tecnico, personalità. Brillante sia come trequartista che come centrocampista.

SF– In quest’ottica la Juventus pare avere un delle difficoltà nel creare in casa calciatori di livello adatto alla propria prima squadra o anche solo alla Serie A. Come mai queste difficoltà?

JK– Credo sia giusto fare due discorsi.

Da un lato la Juventus è uno di quei grandissimi club mondiali dove il livello richiesto è estremamente alto. Sono pochissimi i calciatori che possono raggiungere certi requisiti.

Dall’altro lato c’è la cultura e la costituzione del sistema calcio italiano.

Sinceramente devo dire che la Serie A è il campionato in cui spero che non vadano i ragazzi a giocare.

C’è un mix di necessità di risultati a corto termine, di pressione ambientale e di scarsa cultura sportiva che impedisce la formazione e la crescita dei giovani.

Il più delle volte i talenti ci sono, ma per forza di cosa faticano a venire fuori dopo le infinite girandole di inutili prestiti a cui sono sottoposti, in ambienti che non hanno alcun interesse nella loro crescita e valorizzazione.

Senza dubbio al calcio italiano serve un profondo cambio culturale.

Fortunatamente c’è un esempio che dimostra come una politica di maggiore pianificazione sportiva ed attenzione al vivaio possa portare a eccellenti risultati anche sul campo: l’Atalanta.

Basti pensare agli affari Romero e Demiral sintomo di una società con chiare idee e volontà ferrea.

SF– La Juventus nella figura del dirigente Cherubini ha inaugurato un progetto denominato Club 15 per la collaborazione fra i bianconeri ed altri club italiani ed europei nello sviluppo dei calciatori. Cosa ne pensi?

JK– È un passo in avanti, ma non credo sia abbastanza. È un concetto riveduto, ma già noto in passato. In pratica si tratta di una rivisitazione delle dinamiche dei vecchi club satellite. Credo sia ormai dimostrato che è un’approccio che non ha dato i frutti sperati.

SF– Si è parlato in lungo ed in largo dei tanti cambiamenti in corso nel calcio mondiale. Uno dei grossi fattori di novità è senza dubbio il mondo RedBull. Cosa ne pensi a riguardo?

JK– Anche se personalmente non sono un grande fan dell’operazione RedBull dal punto di vista etico, in effetti mi piace definirmi un romantico del pallone, bisogna ammettere che la loro capacità di gestione e di formazione è assolutamente incredibile.

Si stanno dimostrando i migliori nella formazione e nella creazione di giocatori di alto livello e adatti alla filosofia dei loro club.

Sono i migliori e a volte bisogna ammettere che bisogna essere umili e capire che certi esempi vanno emulati.

SF– Qualche tempo fa Massimiliano Allegri parlò dell’esistenza di una sorta di Dna dei club di calcio, una sorta di imprinting interno che le società possiedono e che influenza il loro sviluppo e modo di vedere il football. Ti trovi d’accordo su questa affermazione?

JK– Questa affermazione non mi convince del tutto, ma un fondo di verità lo possiede. Ovviamente ci sono club di grande blasone che hanno nella vittoria il loro obiettivo, altri che invece possono per storia ed obiettivi concentrarsi su traguardi di altra natura. In linea di massima direi che è una idea che considero al 50% mito e per l’altro 50% reale.

Diciamo che c’è uno stile di gioco che si evolve ed ogni club lo interpreta a suo modo attraverso il tempo.

SF– Il mondo del calcio si avvia al crepuscolo dell’era del dualismo Messi-Cristiano Ronaldo, con i due assi ormai lontani dal loro teatro principe, la Liga, quale pensi sia la loro eredità?

JK– Stiamo parlando di due leggende. Due calciatori che hanno alzato l’asticella a livelli record, basta guardare ai numeri pazzeschi che hanno collezionato nel corso degli anni, come trofei, come reti, insomma a tuttotondo.

Con il loro talento e lavoro hanno portato la definizione di stella mondiale a livelli molto più alti che in passato e questo livello accresciuto sarà il benchmark per le generazioni future che si riveleranno sempre migliori anno dopo anno grazie all’esempio, ma anche alle nuove tecnologie sempre più avanzate e precise.

Hanno entrambi contribuito a una fase storica di enorme crescita del gioco, risultando determinanti sotto tanti punti di vista, dal marketing all’innovazione tecnica, tattica e professionale.

SF– Qualche mese fa l’annuncio della Superlega scuoteva il calcio mondiale. A mesi di distanza quale è la tua opinione? Progetto morto o inevitabile futuro?

JK– Il lancio del progetto è stato così pessimo da sfociare nell’amatoriale, probabilmente a causa di una fuga di notizie e ciò ovviamente ne ha causato il momentaneo stop.

Io non sono a favore o contro di questa manifestazione, ma credo che presto o tardi questa sarà la direzione che prenderà il calcio europeo. Non si gettano al vento anni di preparazione alla prima difficoltà e l’impressione è che i club italiani e spagnoli siano in enorme difficoltà e abbiano assoluto bisogno di liquidità immediata.

Questa finestra di mercato però ci ha anche detto chiaramente che oramai la Premier League è de facto considerabile la SuperLeague, con club di medio cabotaggio in grado di fare acquisti da top club. Basti pensare all’Aston Villa che si è rinforzata con calciatori di primo livello, mentre i giganti del Mediterraneo contano i centesimi.

Questo mi spinge a pensare ad una futura Superlega che veda uniti club italiani, spagnoli e le grandi squadre portoghesi ed olandesi. Non ho notizie di prima mano, ma è una mia sensazione.

Alla fine del discorso però vorrei che mi garantissero la creazione di una Superlega U19, che vorrei seguire con tutto il cuore.

SF- Grazie mille Jacek per questa interessante chiacchierata e per la disponibilità. Invito tutti i nostri lettori a visitare il tuo blog e i vari profili social, sempre completi ed estremamente aggiornato.

Stefano Follador

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