C'era una Volta

I più grandi perdenti di successo (pt. 2)

Dopo le grandi emozioni della stagione precedente, ma anche la cocente delusione della sconfitta in finale di Champions League contro il Real Madrid, il Valencia Club de Futbol si approccia all’annata 2000/01 con un rinnovato entusiasmo. In fase di mercato assistiamo ad una vera e propria girandola di giocatori: lasciano la Comunidad Valenciana importanti pilastri delle ultime stagioni come Claudio Lopez, in direzione Lazio; Farinos viene comprato da Moratti per rinforzare la mediana dell’Inter; Gerard si sposta ai rivali del Barcellona. Infine vengono rinnovati i prestiti dei giovani Parri e Torres, mentre lo storico capitano Paco Camarasa, ormai ai margini della rosa dai tempi di Ranieri, viene retrocesso alla formazione di riserva. Se le cessioni hanno portato importanti stravolgimenti, gli acquisti non sono da meno. Il primo affare viene addirittura siglato prima della fine della stagione precedente, in quanto l’Atlético Madrid, sceso in seconda divisione, si accorda con i “Che” per la vendita a 10 milioni di uno dei loro pezzi più pregiati, ovvero il mediano d’incursione Ruben Baraja. La formazione titolare viene rinnovata con un colpo per ogni zona del campo: la difesa viene puntellata con il centrale argentino Fabian “el raton” Ayala, proveniente da due anni negativi al Milan; in mezzo al campo vestono il “blanquinegro” Vicente, giovane esterno del Levante, e l’ex-Juventus Deschamps, proveniente dalla vittoria dell’Europeo da capitano; sulla trequarti arrivano il russo Zahovic e il fantasista del River Plate, Pablo Aimar; come punta, infine, viene affiancato ad Angulo e Juan Sanchez il possente John Carew del Rosenborg.


La Coppa del Re, competizione la cui vittoria aveva fatto iniziare quel ciclo positivo, si risolve in una ennesima umiliazione: ai trentaduesimi basta un gol nei primissimi minuti per sbarazzarsi del Gramanet, piccola squadra di terza divisione, mentre contro il Guadix, appartenente alla medesima categoria, prima agguantano un pareggio per 4-4 rimontando due reti negli ultimi cinque minuti dei regolamentari per poi venir sconfitti alla lotteria dei rigori. Anche la Liga lascia un senso di amaro in bocca poiché, nonostante la miglior difesa del torneo e i 63 punti conquistati, solo uno in meno rispetto all’anno precedente, finiscono per classificarsi solo al quinto posto, fuori dalle posizioni Champions. Caso curioso è quello che li vede nuovamente posizionarsi sotto al Barcellona a pari punti per gli scontri diretti, anche se questa volta la storia è più particolare: l’ultima giornata di campionato, programmata per il 16 giugno, mette in scena proprio l’incontro tra i due club al Camp Nou. Due volte i padroni di casa si portano avanti con due bolidi del loro top player, il fantasista carioca Rivaldo, due volte pareggiano gli ospiti con Baraja ed i suoi potentissimi colpi di testa. Al minuto 88, a 2 giri di lancette dalla fine dell’annata, sono i pipistrelli a mantenere la quarta posizione con due lunghezze di vantaggio, ma proprio in quel momento, su un cross al limite dell’area di Frank de Boer, proprio il 10 “blaugrana” da le spalle al marcatore, stoppa la palla col petto, la solleva con la spalla e si esibisce in una rovesciata impeccabile che si insacca all’angolino basso, uno dei gol più estetici della storia del calcio, sicuramente il più bello della sua carriera, che porta il sorpasso dei Catalani.

Tutti erano rimasti a bocca aperta per la magnifica cavalcata in Coppa dei Campioni della stagione precedente, ma proprio la non vittoria nell’atto finale a Saint Denis obbliga i ragazzi di Hector Cùper a sostenere comunque un turno di play-off, in ogni caso facilmente superato con 4 reti inflitte agli austriaci del Tirol Innsbruck. L’urna dei sorteggi si dimostra gentile con loro e li inserisce nel morbido girone C con Lione, Olympiacos e Heerenveen. Le prime quattro giornate mettono da subito le cose in chiaro, perché i pipistrelli trionfano in tutte le gare con minimo scarto di reti ma senza passare mai in svantaggio. Dopo tutti quei punti accumulati i “Che” possono dunque permettersi di terminare la fase con una sconfitta di rigore al Pireo ed un pareggio casalingo con gli olandesi e guadagnarsi ugualmente la testa del raggruppamento con ampio margine. Anche per quanto riguarda la seconda fase a gironi il destino sorride loro in quanto finiscono nel gruppo A con Sturm Graz e Panathinaikos oltre al Manchester United, rivale già l’anno prima. Si inizia con un 2-0 al Mestalla contro gli austriaci per poi doversi accontentare di un punto in quel di Atene prima dell’arrivo del fatidico incrocio con gli inglesi. Il match di andata si svolge in terra iberica e termina 0-0, ma è il ritorno oltremanica a destare interesse: i “blanquinegros” vanno subito in apnea dopo una stoccata al 12′ del “Calypso Boy” Andy Cole. I minuti passano e pare che questo incontro possa essere solo una sconfitta meno umiliante rispetto al 3-0 della stagione 1999/2000, quando all’ 87′, su un traversone basso del diciottenne Vicente, il centrale Wes Brown devia il pallone in porta beffando Barthez e firmando l’1-1 definitivo. La successiva goleada a Graz, un sonoro 0-5, e il 2-1 con i greci permettono al Valencia di arrivare nuovamente primo con 13 punti, a pari merito con i Red Devils ma, proprio grazie all’autorete che garantisce il vantaggio per i gol fuori casa, davanti ai ragazzi di Ferguson. La Champions dei valenciani si rivela essere a tinte britanniche, ai quarti, infatti, essi vengono appaiati all’Arsenal di Arsene Wenger, all’alba del ciclo dorato che porterà alla “Premier degli invincibili”. Il primo scontro si svolge nel vecchio impianto di Higbury e sembra poter essere favorevole per gli spagnoli, i quali sbloccano il risultato al 41′ con un bolide al volo del difensore Ayala su palla vagante in area. La prima frazione si chiude con il vantaggio dei “Che”, ma nella ripresa i Gunners rimontano in un paio di minuti con Henry, che sfrutta un errore difensivo per trafiggere Cañizares, e con un tiro da fuori del centrocampista Ray Parlour. La rivincita va in scena la settimana seguente in un gremito Estadio Mestalla e viene risolta da un “cabezazo” del gigante Carew che schiaccia il pallone dopo una grande elevazione, piega le mani a David Seaman e porta a casa l’1-0 che per la regola dei gol fuori casa, evidentemente micidiale negli incontri tra i “blanquinegros” e le compagini inglesi, fa approdare i suoi tra le migliori 4 in Europa. In semifinale prosegue il trend britannico, poiché l’avversario è il Leeds United rivelazione del torneo, una squadra piena di giocatori di livello come Rio Ferdinand, Dominic Matteo, David Batty, Olivier Dacourt, Henry Kewell e Robbie Keane. Ad Elland Road non si riesce ad andare oltre lo 0-0 con una traversa per parte, mentre in casa la formazione dell’ ”hombre vertical” fa valere il clima ed il tifo favorevole. Il Valencia passa dopo un quarto d’ora con una contestatissima marcatura di Juan Sanchez, aiutato da un tocco di braccio, ma nel secondo tempo ci pensano i gol da fuori area, quasi in fotocopia, dello stesso “puntero” e di Mendieta a mettere a tacere le proteste ed imporre il 3-0 decisivo.

Per il secondo anno consecutivo, dunque, i pipistrelli approdano alla finale di Champions League, in questo caso contro il Bayern Monaco di Hitzfeld, tecnico soffiato agli arci rivali del Dortmund per poter tentare l’assalto a quella coppa che mancava dai tempi di Müller e Beckenbauer. Il 23 maggio 2001, nella cornice meneghina di San Siro, si presentano i due club, entrambi perdenti nei due precedenti atti conclusivi e, quindi, in cerca di riscatto. Hector Cuper presenta i suoi giocatori nel classico modulo 4-3-1-2: Cañizares; Angloma, Ayala, Pellegrino, Carboni; Mendieta, Baraja, Kily Gonzalez; Aimar; Sanchez, Carew. I bavaresi, abbandonato il tentativo di creare una squadra vincente formata da soli tedeschi, scendono in campo con il 5-4-1: Kahn; Sagnol, Kuffour, Linke, Andersson, Lizarazu; Scholl, Hargreaves, Effenberg, Salihamidzic; Giovane Elber. Non serve aspettare molto perché inizino i fuochi d’artificio: dopo appena due minuti di gioco Mendieta, durante una incursione in area, si vede chiuso da 4 giocatori ma, per sua fortuna, tra questi c’è lo svedese Patrik Andersson il quale, scivolato in spaccata per prevenire un tiro del basco, tocca incautamente da terra con il braccio provocando un calcio di rigore. Lo stesso capitano si presenta sul dischetto e insacca con un destro angolato, anche se intuito dall’estremo difensore. Il pubblico spagnolo si infiamma dopo la rete, e lo fa ancora di più quando, in occasione di un penalty a parti invertite causato da una spallata del terzino Jocelyne Angloma, ex Inter e Torino, il loro portiere respinge con le gambe il tentativo di Mehmet Scholl. A 45 minuti dal termine la coppa è pronta a partire in direzione della Comunidad Valenciana…forse questa può essere la volta buona. Come non detto, dopo appena 4 minuti nella ripresa, su un traversone tagliato sul secondo palo, Amedeo Carboni colpisce nettamente con la mano nel tentativo di anticipare Jancker e l’arbitro olandese Jol non ha dubbi: calcio di rigore! Questa volta tocca al capitano Stefan Effenberg che spiazza l’avversario e pareggia i conti. La partita da quel momento diventa una vera e propria lotta, con entrambe le squadre intenzionate più a evitare reti avversarie rispetto a segnarne e che, quindi, si affidano a duri contrasti per strozzare sul nascere le possibili occasioni. Si giunge ai supplementari dunque, e la mezz’ora di extra time vede i tedeschi avvicinarsi alla marcatura, che per la legge vigente del “golden gol” sarebbe stata definitiva, in ben 3 casi, senza tuttavia finalizzare e portando quindi l’incontro alla lotteria dal dischetto. Nuovamente i rigori sembrano favorire i “Che” perché il brasiliano Paulo Sergio spara alto, mentre Mendieta mette a segno il proprio portando in vantaggio i suoi fin da subito. Il futuro juventino Salihamidzic regala il primo punto ai rossi, seguito a ruota prima da John Carew e poi da Zickler mentre Kahn respinge il tiro di Zahovic ristabilendo l’equilibrio. Questo equilibrio non viene smosso dai seguenti tiratori, poiché prima Andersson si fa parare un destro non spettacolare, poi lo stesso portiere tedesco devia la botta centrale di Carboni sulla traversa, sempre 2-2. I seguenti 4 battitori, Effenberg, Baraja, Lizarazu e Gonzalez, sono impeccabili, così come Linke. Il pallone decisivo scotta, un errore sarebbe fatale, ed è affidato ai piedi del centrale Pellegrino, non certo uno specialista. L’argentino tira di sinistro, poco angolato e a mezza altezza, rendendo la palla facile preda per il portiere tedesco…il Bayern è campione d’Europa. La scena più bella avviene, però, proprio durante i festeggiamenti. Dopo il triplice fischio Santi Cañizares si accascia a terra in lacrime, sconfitto nel calcio ma anche nelle vita: tra un tempo e l’altro era stato informato della morte della madre. Il portiere bavarese, noto per le sue reazioni violente e provocatorie al minimo errore di un compagno o sberleffo di un avversario, si china davanti a lui, gli accarezza la testa e lo aiuta a rialzarsi sussurrandogli quanto la signora Maria potesse essere fiera di aver dato alla luce un figlio così bravo nella sua disciplina. Si conclude così l’era di Hector Cúper a Valencia, un biennio scarso di trofei ma ricco di emozioni indimenticabili, tanto che, pur avendo vinto una coppa nel precedente ciclo con Ranieri, e pur avendo trionfato ben due volte in campionato e una volta in Coppa UEFA nei successivi tre anni sotto la guida di Rafa Benitez, sono proprio quelle due stagioni a cavallo del millennio a scaldare maggiormente i cuori dei tifosi “blanquinegros” e a ricordare che anche dei perdenti possono essere di successo.

Samuele Bonino

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