C'era una Volta

Dal carbone all’oro


La lunga parentesi tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio del terzo millennio può essere considerato uno dei periodi più floridi per il calcio tedesco in campo internazionale. Tutto iniziò con il trionfo in Coppa UEFA del Leverkusen nel 1988, seguito dalla finale disputata l’anno seguente dallo Stoccarda e persa contro il Napoli di Maradona. Il Borussia Dortmund, sconfitto in due finali di “UEFA” da Juventus e Feyenoord, raggiunse il massimo splendore imponendosi nella Champions League ’97 contro gli stessi bianconeri. Il vero dominatore di quel brillante momento fu però il solito Bayern Monaco: i bavaresi, impostisi nell’odierna Europa League nel 1996, riuscirono a redimere le cocenti sconfitte in Champions League contro Porto e Manchester United, sollevando la coppa a San Siro nel 2001 dopo aver battuto il Valencia. In mezzo a queste importanti imprese si fece, tuttavia, spazio una piccola realtà legata agli operai delle miniere di carbone della Rhur, lo Schalke 04 di Gelsenkirchen che per un anno poté mettere il proprio nome sulla cartina.

La stagione 1996/ 97 per i biancoblu non iniziava certo con sogni di gloria: la spoglia bacheca del club non vedeva un trofeo nuovo dalla coppa di Germania del 1972, l’ultimo campionato vinto era datato 1958, quasi 40 anni prima, il massimo successo europeo consisteva in una timida semifinale di Coppa delle Coppe nel 1970, persa malamente con un 2-5 complessivo contro il Manchester City. L’ultimo decennio, In conclusione, li aveva visti galleggiare nella metà bassa della classifica, eccezion fatta per il miracoloso terzo posto dell’anno precedente, con l’umiliazione aggiuntiva di 4 anni in cadetteria. Il mercato non fu di alto profilo: le 8 partenze non fecero registrare alcun guadagno tra cessioni gratuite e scadenze di prestiti, mentre i 7 acquisti furono “low budget”, finanziati con meno di 3 milioni, con le sole note di merito per il centrale olandese Joan de Kock e il trequartista belga Wilmots.
Al mister Jorg Berger, esonerato a inizio ottobre dopo l’eliminazione in coppa nazionale e sostituito dall’olandese Huub Stevens, viene quindi consegnata una formazione di livello mediocre con, però, alcune individualità interessanti: de Kock e Wilmots, giunti in estate; il portiere Lehmann, che si farà notare anche in nazionale e all’Arsenal; il centravanti Martin Max, regolarmente in doppia cifra; Olaf Thon, libero e capitano cresciuto nelle giovanili che, in una parentesi al Bayern, aveva portato a casa tre campionati guadagnandosi anche la convocazione per i mondiali ‘86 e ’90. Questi ultimi, vinti da comprimario, lo videro comunque disputare tutti i 120 minuti nella semifinale contro l’Inghilterra. In Bundesliga gli “Knappen” (“minatori”) non riescono ad andare oltre ad un deludente dodicesimo posto, anche se ad un solo punto dall’Intertoto, la coppa nazionale li vede fermarsi al secondo turno contro il Bochum ma, come solito in queste storie, è l’Europa a rivelarsi il vero palcoscenico.

La Coppa UEFA li accoppia, nei trentaduesimi, agli olandesi del Roda, spazzati via con un 3-0 in Germania ed un 2-2 in trasferta, mentre ai sedicesimi trovano il Trabzonspor, superato di misura in casa e con un pirotecnico 3-3 in Turchia. Il primo intoppo si presenta agli ottavi: sconfitti 2-1 in Belgio dal Club Bruges, riescono a rimontare in casa con due reti, una per tempo. Il Valencia viene poi superato con la consueta formula della vittoria interna e pareggio esterno, mentre in semifinale il Tenerife si dimostra più ostico: i tedeschi perdono 1-0 in Spagna e si qualificano solo ai supplementari nel match di ritorno con un gol di Wilmots, guadagnandosi l’agognata finale.


La loro ultima avversaria è l’Inter, non più all’altezza di quella dello “scudetto dei record” ’88/89, ma comunque trionfatrice per due volte nelle ultime edizioni (1991 con Trapattoni e 1994 con Marini). La “formazione tipo” dello Schalke per le due finali (questa fu l’ultima edizione della Coppa UEFA con doppia finale) è un 3-5-1-1: Lehmann; De Kock, Tohn, Linke; Eigenrauch, Nemec, Muller, Latal, Buskens; Wilmots; Max, mentre Roy Hodgson, allenatore non amato dai nerazzurri soprattutto per aver fatto mandare via talenti come Roberto Carlos e Dennis Bergkamp, schiera i suoi ragazzi con un 4-3-1-2: Pagliuca; Bergomi, Paganin, Fresi, Pistone; Zanetti, Ince, Sforza; Djorkaeff; Ganz, Zamorano. Il 7 maggio 1997 va in scena il primo atto al Parkstadion di Gelsenkirchen e sono i padroni di casa a trionfare di misura con una rete al 70′ di Wilmots, sempre decisivo nei momenti chiave. Due settimane dopo, il 21 maggio, ci si sposta a Milano per la partita di ritorno. I biancoblu reggono bene per più di 80 minuti nella bolgia degli 81.000 di San Siro, ma cedono a sei giri di lancette dalla fine per colpa di un disperato tiro di destro in caduta da parte della punta cilena Ivan Zamorano, che beffa il portiere sul primo palo. Durante i supplementari domina l’equilibrio, dunque si deve ricorrere ai tiri dal dischetto. Nonostante la fama di para-rigori di Gianluca Pagliuca i tedeschi realizzano tutti e 4 i tentativi, tra gli interisti, invece, Zamorano si fa disinnescare da Lehmann e il subentrato Aron Winter scaglia il pallone oltre il palo chiudendo la lotteria sul 4-1 (Djorkaeff aveva segnato tra i due errori dei compagni) e portando il trofeo tra le mani di Thon. L’annata ’96/97 si rivela straordinaria per la regione della Rhur, perché anche i cugini del Dortmund trionfarono in Europa contro degli italiani, il clamoroso 3-1 in finale di Coppa Campioni contro la Juventus di Lippi, ma soprattutto dimostrò che qualche volta dei poveri minatori di medio livello possono vincere nei più gloriosi salotti internazionali.

Samuele Bonino

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