C'era una Volta

Quella strana notte a Istanbul

Caduta e splendore, polvere e altare, sono queste le parole che potrebbero definire la stagione del Liverpool Football Club 2004/05.


L’ estate degli europei di Portogallo sulla sponda rossa del Mersey è tutt’ altro che quieta. Anfield Road saluta infatti alcune delle facce più note dell’ ultimo, agrodolce, quinquennio: il manager Gerard Houllier, autore del “triplete” nel 2000/01 (FA Cup, Coppa di Lega e Coppa Uefa), lascia la panchina a Rafa Benitez, giovane tecnico spagnolo che in 3 anni a Valencia ha oscurato le big storiche portandosi a casa 2 campionati e 1 Coppa Uefa; altri addii illustri sono quelli del difensore Babbel ; del centrocampista Murphy ma soprattutto di Michael Owen, centravanti letale e vincitore del Pallone d’Oro 2001, che lascia la sua patria ammaliato dalla gloria e dai milioni del Real Madrid. Gli acquisti, al confronto di tali cessioni, non sembrano convincere totalmente la piazza: Djibril Cissè, punta ventitreenne dell’Auxerre; il regista basco Xabi Alonso; il trequartista Luis Garcia, scaricato dal Barcellona. La sessione invernale, per chiudere il discorso, vedrà la partenza del difensore Henchoz e gli arrivi del centrale Mauricio Pellegrino, pupillo del mister, e dell’ attaccante madrileno Morientes.


Le competizioni domestiche, come da tradizione del club in quegli anni, danno tiepidi, se non mediocri, risultati.
In Premier League gli “scousers” si bloccano al quinto posto, sotto i cugini dell’ Everton e fuori dalla Champions League. Il motivo di tale fallimento può essere anche legato all’ assenza di un realizzatore, dato che il loro “top scorer” sarà il ceco Baros, con solo 9 reti. In FA Cup l’ avventura termina presto per mano del Burnley, mentre la League Cup viene solo sfiorata, dato che in finale si impone ai supplementari il primo Chelsea di Mourinho.


Davanti a tali riscontri, allora, cosa potrebbe evitare a questa annata il marchio di deludente? Semplice, la Coppa dei Campioni!


In virtù del 4° posto della stagione precedente si trovano accoppiati nel turno preliminare con gli austriaci del Grazer, dei quali si sbarazzano, forse con fin troppi patemi, con un 2-1 complessivo. Nei gironi vengono sorteggiati all’ interno di un insidioso gruppo A insieme a due rivelazioni dell’ultima edizione come il Monaco e il Deportivo La Coruña, oltre ai greci dell’Olympiacos. Con i monegaschi trionfano in casa perdendo di misura nel principato, mentre i galiziani strappano un pareggio in Inghilterra, salvo cadere in casa. I veri rivali si dimostrano, a differenza dei pronostici, i greci, i quali, dopo aver imposto una storica sconfitta al Pireo, obbligano i “Reds” a vincere con due gol di scarto all’ ultima giornata. L’ 8 dicembre 2004 i ragazzi di Benitez mostrano tutto il loro carattere. Infatti rimontano dal momentaneo 0-1 di Rivaldo ad un cruciale 3-1 con i gol dei panchinari Sinama Pongolle e Mellor, impreziositi dal catartico bolide a pochi minuti dalla fine del capitano Steven Gerrard, e strappano un biglietto per gli ottavi. Nella fase ad eliminazione diretta il Liverpool pare tornare ai fasti degli anni ’80 a giudicare dal percorso: polverizzano il Bayer Leverkusen con un doppio 3-1, domano la Juventus di Capello vincendo 2-1 ad Anfield, reti rosse di Hyypia e Luis Garcia e gol bianconero di Cannavaro, e imponendo lo 0-0 a Torino. In semifinale trovano il Chelsea dello “Special One” e lo superano in maniera leggendaria: dopo il pareggio a reti bianche in quel di Stamford Bridge battono i rivali per 1-0 grazie a un “gol fantasma” di Luis Garcia, rivelatosi il vero top player della stagione con 5 reti in Champions tra ottavi e semifinale.


Nonostante il percorso netto nella competizione, però, la finale pare già persa in partenza poiché ad Istanbul si presenta il Milan di Ancelotti nella sua forma migliore.
Dopo la consueta musichetta si schierano sul campo le due formazioni: da un lato il Liverpool con un 4-4-1-1: Dudek; Finnan, Carragher, Hyypia, Traorè; Luis Garcia, Xabi Alonso, Gerrard, Riise; Kewell; Baros. I rossoneri presentano invece il classico 4-3-1-2: Dida; Cafu, Stam, Nesta, Maldini; Pirlo, Gattuso, Seedorf; Kaka; Crespo, Shevchenko.
Il primo tempo è a dir poco da incubo, un 3-0 terrificante con reti di Maldini (dopo un solo minuto!) e una doppietta di Hernan Crespo. Durante l’ intervallo i tifosi inglesi, però, non perdono la passione e intonano il coro “You’ll Never Walk Alone” per caricare i propri eroi…e il loro sogno si realizza. In 6 minuti, tra il 54’ e il 60’, la fantasia diviene realtà: prima il capitano Gerrard segna con una incornata, poi un tiro non irresistibile di Vladimir Smicer (subentrato a metà primo tempo per l’ infortunio del poetico australiano Harry Kewell) penetra un disattento Dida e infine Xabi Alonso si fa murare un tiro dal dischetto dallo stesso portiere, il quale però non blocca la sfera dando allo spagnolo il tempo di insaccare sulla ribattuta e firmare il pazzesco 3-3. Da quel momento le scene se le prende il pittoresco estremo difensore Jerzy Dudek. Il polacco prima chiude lo specchio fino ai supplementari, al 117’ impedisce al bomber ucraino di segnare a pochi passi dalla linea esultando con un sorrisetto beffardo, e trascina i suoi fino ai calci di rigore. Come se non bastasse lo stesso Dudek imita il leggendario Bruce Grobbelaar, portiere zimbabwese dei “Reds” che distrusse i sogni della Roma nella finale del 1984, sfoggiando gli “spaghetti legs”, tecnica che consiste nel fingere di avere gambe molli ed agitarle per distrarre i tiratori avversari. La sua strategia funziona, tanto che Serginho spara alto, mentre Pirlo e Sheva vengono disinnescati, portando la coppa dalle grandi orecchie tra le mani di un incredulo “Stevie G” e scolpendo nuovamente nella leggenda il nome del Liverpool.

Samuele Bonino

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