Nero Su BIanco

Aspettando Teodorico.

Nove anni di dominio nazionale sono una era geologica nel tempo sportivo.

L’inizio di un decennio irripetibile.

Nove anni di vittorie, piccole e grandi, senza soluzioni di sosta.

Nove anni di Impero bianconero.

Ma ogni impero sorge e cade inesorabilmente, schiacciato dalle sue contraddizioni e dal peso insostenibile della sua grandezza, la Juventus non fa eccezione, al pari del fu Impero Romano d’Occidente.

Uno dei più grandi interrogativi della storiografia è senza dubbio l’identificazione di un motivo unico della caduta di Roma.

Ci sono diversi pareri: le invasioni barbariche, l’incapacità dilagante nella classe dirigente, la mollezza portata dai costumi cristiani, una crisi finanziaria inarrestabile, mancanza di una dinastia imperiale solida e via dicendo.

Tuttavia pur riconoscendo un fondo di verità a tutti questi fattori non si può pensare che solo uno sia stato decisivo per la caduta di una delle entità politiche più longeve della storia.

Si è trattata di una tempesta perfetta, dove il caso, i nemici, le scelte sbagliate, l’incapacità, l’economia, le battaglie ideologiche, la sfortuna e la politica si sono incastrate una sull’altra in un vortice sempre più frenetico ed inarrestabile di discesa verso il baratro senza che nessuno avesse la capacità, la volontà o la forza economica e militare di poter fermare la spirale negativa.

Odoacre rimosse Romolo Augustolo nel 476, ma il suo gesto fu soltanto l’ultima tessera a cadere di un domino complesso e frastagliato iniziato nel 378 con la durissima sconfitta di Adrianopoli, battaglia campale in cui il popolo goto in fuga dall’avanzata degli Unni inflisse all’Impero una sonoro sconfitta nei pressi di Edirne (Turchia), massacrando oltre trentamila soldati romani, buona parte degli alti ufficiali imperiali e l’imperatore Valente.

Moneta che ritrae Valente.

Il domino Romano era di tale soverchiante superiorità che cui da sole le beghe fra le differenti frazioni cristiane, l’occupazione dell’Africa Romana da parte di Genserico, la crisi finanziaria dell’impero, l’invasione e le razzie degli Unni, le guerre civili per la successione, la difficoltà di integrare i germani e mille altre concause non avrebbero mai potuto provocare il disastro, se prese singolarmente, ma che una sull’altra dopo decenni di erosione del patrimonio e del potere divennero fatali per l’impianto statale imperiale.

La nostra Juventus ha imposto 9 anni di dominio sull’Italia calcistica, un dominio lungo, netto e per buona parte incontrastato, sovrapponibile con la storia imperiale romana dell’Europa occidentale.

Come l’impero anche noi abbiamo vissuto quella che pare la nostra caduta definitiva, con Adolfo Gaich come novello Odoacre a deporre la Vecchia Signora dal trono, ma la sconfitta con il Benevento non è che il frutto malato di almeno tre anni di declino e di scelte sbagliate.

Odoacre/Adolfo Gaich

Le sconfitte con la Fiorentina, il pari di Crotone, i punti gettati con Verona ed Atalanta sono le incursioni di Burgundi, Alàni, Vandali, Visigoti, Alamanni, Gepidi, Rugi.

I Germani attraversano il Reno gelato / La Fiorentina espugna lo Stadium deserto.

Popoli a suo tempo addomesticati e schiacciati dal giogo imperiale, ma ormai liberi da ogni timore reverenziale residuo, con sufficiente coraggio per fare razzie e scorribande sulla pelle del vecchio impero morente.

Cardiff fu la nostra Adrianopoli, la sconfitta più dura, più cocente, che sembrava decretare la fine di un certo status quo e che forse lo avrebbe dovuto fare, obbligandovi a cambiare in maniera proattiva e non come avremo dovuto fare in seguito per sopravvivere.

L’inizio della fine.

Antonio Conte prima federato dell’impero e poi costante spina nel fianco e fattore di pressione alle porte come il Genserico, Re di Vandali ed Alàni, imprendibile dietro i bastioni della sua Cartagine (Lukaku) e capace di saccheggiare Roma (vittoria netta di gennaio sulla Juventus) e renderle la vita impossibile grazie ad una posizione di forza quasi inattaccabile, pur cosciente che il suo regno resta legato al suo talento personale, piuttosto che ad una struttura destinata a durare oltre il suo mandato.

Genserico durante il sacco di Roma / Antonio Conte da indicazioni ai suoi nella vittoria interista sulla Juventus.

Sarri, vituperato, ma vincente come il generalissimo romano-gotico Flavio Ezio, capace di fermare Attila ai Campi Catalaunici, parallelo del nostro nono scudetto, ma che al contempo non riesce a costruire una stabilità politica o a riprendere l’Africa, parallelo della terribile eliminazione subita dal Lione. Rigettato a livello culturale come un corpo estraneo dal mondo juventino come accaduto a tutta la folta schiera dei generalissimi Romano barbarici.

Ezio assassinato da Valentiniano III / Sarri festeggiato dallo spogliatoio juventino

Pirlo novello Maggiorano, ricco di buona volontà, ma troppo ingenuo e sfortunato per poter raddrizzare le sorti di una barca accortasi troppo tardi di stare imbarcando acqua abbondantemente.

Andrea Pirlo / Giulio Valerio Maggiorano

L’acquisto di Cristiano Ronaldo, come la battaglia di Capo Bon del 468, mossa ambiziosa ed audace che se fosse andata a buon fine avrebbe consentito a Roma di riprendere Cartagine e l’Africa e probabilmente di sopravvivere anche alla devastante crisi in atto, ma che per imperizia e valutazione errate non portò mai al successo sperato, esattamente come accaduto al gigante portoghese in maglia bianconera. Come la flotta imperiale messa in ginocchio dai navigli incendiari dei Vandali per essersi attardata troppo nella baia di Capo Bon, la formidabile impalcatura juventina pagherà la forse eccessiva ambizione del “colpo del secolo”.

La battaglia di Capo Bon / Cristiano Ronaldo allo Estadio do Dragao.

Tanti, troppi parallelismi in una situazione sportiva che come quella storica appare irrisolvibile se non attraverso una grave crisi ed una profonda rifondazione.

Come per l’Impero in caduta anche in questa Juventus non è tutto da gettare.

In entrambi i casi gli elementi validi sono vari e importanti, ma l’impressione è che la mancanza più grave di entrambe le situazioni sia una leadership chiara, forte, equilibrata e realista.

Storicamente la penisola italiana dopo il breve dominato di Odoacre venne assoggettata da Teodorico, re degli ostrogoti, sintesi di due mondi: germanico di nascita, ma romano per formazione.

Teodorico il Grande.

Anche la Juventus in questo momento storico ha bisogno di un Teodorico, un elemento esperto, capace, in grado di fare di necessità virtù utilizzando al meglio le risorse in suo possesso a prescindere dalle manichee divisioni fra goti e romani, ariani e cattolici (o belgiochisti e risultatisti se preferite il parallelo sportivo), un comandante in capo avvezzo alla realpolitik quando necessario, ad agire con durezza quando la situazione lo richiede e con compassione quando lo permette.

La Juventus ha bisogno di un Teodorico per non perdersi a naufragare nel mare delle incertezze e del caos, ma mi risulta difficile individuare chi possa essere traslato in questo ruolo, se dirigente, allenatore o presidente e in cuor mio sono contento di non dover essere altro che un tifoso che osserva impotente lo svolgersi degli eventi.

Voglio avere fiducia nel futuro, ma che sia di avvertimento a tutti, ci aspettano tempi duri, forse durissimi i nemici alle porte sono molti, agguerriti e per niente sazi, le nostre risorse poche, mal distribuite e dilapidate a causa di cattive scelte.

Servirà pazienza, ma arriverà il momento in cui torneremo a essere forti.

Perché come per l’Impero Romano caduto che continuerà ad essere paradigma della civiltà per secoli anche la Juventus possiede una forza che va oltre il semplice valore dei trofei o degli undici uomini in campo.

La Juventus è stata e sarà sempre un esempio di organizzazione, competenza e capacità, capace di passare indenne momenti devastanti trovando la forza di uscire dai pozzi più profondi grazie ad uno spirito guerriero che ha solo bisogno di essere rievocato e ravvivato.

“Non possiamo imporre una fede, perché nessuno può essere costretto a credere contro coscienza” Teodorico il Grande

Stefano Follador

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