Tactical Point

ADDIO ALLE ARMI

Tanto si è detto in questi due giorni, dopo la sconcertante prestazione offerta dalla Juventus nell’ultima giornata di campionato contro il Benevento. Si potrebbe scrivere di tutto e di più, dando ognuno una “propria versione dei fatti” per giustificare un accadimento che solo fino a qualche mese fa sembrava eresia anche solo pensare, nella sostanza ma soprattutto nella forma.

Intendiamoci: sarebbe il caso di ricordare ai tifosi che il calcio è prima di tutto uno sport dove si vince e si perde, e dove le tue colpe e meriti sono quasi sempre in relazione a colpe e meriti degli avversari. Ecco, è proprio quel “quasi” che domenica ha stonato pesantemente nella partita dei bianconeri; a partite dall’annuncio delle formazioni si era già percepita una certa inquietudine su come si sarebbero evolute le cose: la continua riproposizione di uomini in ruoli non performanti è stata francamente una brutta pagina di tattica calcistica, e l’evoluzione della partita altro non è che la logica conseguenza di scelte altamente discutibili, se non proprio sbagliate.

In questa rubrica negli ultimi mesi ci si era soffermati spesso sull’importanza di fare esperienza, sperimentare e trarre le giuste conclusioni per effettuare un percorso di crescita lineare, sia a livello di squadra che di guida tecnica. Se ci facciamo caso, tutto questo ha avuto un senso fino alla semifinale di Coppa Italia e seguente sfida interna con la Roma a inizio febbraio. Prima delle sfide contro Inter e Roma infatti la Juventus sembrava aver trovato una sua chiave di volta: mediana a 3, Chiesa largo a destra per supportare il duo Morata-Ronaldo e difesa “liquida”, in grado di passare a 4 o a 3 in base al possesso palla o alle situazioni di gara. Poi, complici assenze e turnover, la Juventus di colpo ha voluto riscoprire la sua prima anima: difesa blindata, a volte persino a 5, centrocampo di rottura e palla in avanti per le iniziative personali a turno degli attaccanti, Ronaldo in primis.

Una dicotomia tattica e di vedute devastante, che non solo ha bloccato la crescita della squadra ma anzi ne ha sancito la continua involuzione, partita dalla sconfitta di Napoli, esplosa nell’eliminazione dalla Champions e giunta alla Caporetto (da cui il titolo del post) di domenica. Eppure i dati registrati nei primi mesi dell’esperienza juventina di Pirlo erano stati abbastanza chiari e lineari: il centrocampo a due interpreti non ha mai funzionato, il sistema a due ali a piede invertito (Chiesa a sinistra, Kulusevski a destra) aveva portato alla debacle col Barcellona, e la mancanza di un raccordo sulla trequarti impediva lo sviluppo di azioni pericolose.

Lo shock dell’eliminazione Champions ha portato all’illusione di poter riprovare una strada che già in autunno aveva fallito, e la Caporetto beneventana ne è stata la logica conseguenza.

Ma la Juventus deve essere la Juventus sempre, e mai come stavolta la pausa delle Nazionali deve servire innanzitutto per raccogliere i cocci, le idee e soprattutto le intenzioni per affrontare al meglio possibile lo sprint finale di campionato e la finale di Coppa Italia. Da parte nostra ci auguriamo solamente di poter rivedere una squadra compatta, ordinata e in grado di poter esaltare le indubbie qualità che possiede, piuttosto che evidenziare le ormai storiche lacune che ne impediscono uno sviluppo stabile e armonico. #finoallafine

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