INTERVISTE CALCIATORI

ESCLUSIVA JUVENGERS: INTERVISTA A FABRIZIO RAVANELLI

Nel giorno del suo compleanno abbiamo avuto l’onore di intervistare uno juventino DOC come Fabrizio Ravanelli. Attaccante totale, “Penna Bianca” scrisse pagine memorabili della storia Juventina. Impossibile dimenticare la sua rete nella notte magica di Roma ‘96.


Lei è arrivato al grande calcio partendo dalla serie C dove giocava nella squadra della sua Città. Che ricordo ha delle sue prime settimane alla Juventus?

Con grande emozione e paura di non essere all’altezza. Mi sembró di toccare il cielo con un dito in quei giorni ricchi di felicità che rimarranno per sempre nel mio cuore. Ricordo ancora benissimo la sera della vigilia del raduno e i commenti di mia moglie perché non dormivo e parlavo tutta la notte (ride). È stata una grande emozione poter entrare a far parte della società più gloriosa d’Italia nonché la mia squadra del cuore.


Quanto è stato complicato per una tifoso juventino che era appena diventato campione d’Europa resettare tutto, accettare il trasferimento e ripartire in un altro campionato? Fu una prova di grande personalità.

Al di là della personalità, che credo sia sempre stata un’arma che mi ha permesso di raggiungere traguardi importanti, è la forza di lottare che mi ha caratterizzato nella vita quotidiana, nello sport e quindi in carriera. Carriera costruita step by step, mi sono guadagnato le mie vittorie e i miei traguardi con tanta determinazione, sacrificio, carattere, ma soprattuto grande umiltà. Ne vado molto orgoglioso, soprattuto perché in quel frangente dovetti ripartire nonostante fossi insieme a Ronaldo uno degli attaccanti più pagato e performante d’Europa. Ricominciare in una città e in un Club più piccolo, che da lì a poco sarebbe diventato grande non era da tutti, soprattutto dopo aver vinto una Champions League. Non so in quanti lo avrebbero accettato, io l’ho fatto facendo una scommessa con me stesso.

Oltremanica la ricordano con affetto. Cosa le ha dato l’esperienza britannica?

Ero curioso di vedere se fossi riuscito a fare la differenza in una realtà diversa e in un club mediocre come era al tempo il Middlesbrough. Quell’anno feci 34 gol, arrivai vicino a vincere il Pallone d’Oro e allo stesso tempo feci il miglior esordio per un giocatore straniero nella storia del campionato inglese segnando 3 gol al Liverpool.


Che ricordo ha di Roma 96?

Sicuramente fu un’emozione fortissima! Poter giocare una partita del genere non mi fece dormire i 15 giorni prima del match e neppure quelli dopo ( ride). Vissi quel momento in maniera molto passionale. Ricordo ancora oggi la grande preparazione e la tensione in vista di quella partita. In quei giorni sotto la doccia mi confrontai con Gianluca Vialli ed entrambi ci confidammo le difficoltà reciproche a dormire. Avevamo un appuntamento con la storia molto importante. La Juventus fino a quel momento aveva solo una Coppa dei Campioni e sentivamo la pressione del dover dimostrare che come squadra eravamo all’altezza della situazione. Ci fu una preparazione maniacale che ci permise di entrar nella storia della Juventus.

Ravanelli e Vialli insieme in campo

Inutile nascondere che fu la sua vocazione al sacrificio a poter permettere il meraviglioso 4-3-3 della Juventus di Lippi, una rivoluzione tattica. In un certo senso fu un pioniere come attaccante abile anche come primo difensore, concetto estremamente moderno. Chi rivede nel calcio attuale con caratteristiche simili alle sue?

Non è presunzione ma credo che oggi un giocatore con le mie caratteristiche sia difficile da trovare. Le mie come quelle di Mandzukic, di Gianluca Vialli, giocatori che sono pronti al di là del gol e dalla gloria personale a mettersi al servizio della squadra. Non è facile trovare giocatori pronti a fare una corsa in più per il compagno, pronti a sacrificarsi per la squadra, a essere primi difensori oltre che primi attaccanti. Questo spirito ci portó a conseguire e centrare grandi traguardi. Credo che oggi sia difficile trovare giocatori di questo tipo.


Personalmente sono innamorato di quel calcio e a volte fatico a riconoscermi nel calcio d’oggi, cosa è cambiato?

Un po’ tutti la pensano in questo modo, oggi c’è molto meno cuore, meno passione e si guarda sempre solo ed esclusivamente al proprio orticello. Al di là che a calcio si giochi sempre in 11, mi creda che non è più il calcio di una volta. Ai miei tempi si viveva lo spogliatoio, la quotidianità, si andava in ritiro in due e tre per stanza a differenza di oggi che ognuno ha la propria camera. Adesso si vive molto meno la vita di squadra e c’è meno umanità. Il giovedì noi organizzavamo sempre cene di squadra con tutti i ragazzi, oggi invece nella stragrande maggioranza dei casi finito l’allenamento ognuno va per conto suo. Non credo ci sia più quel rapporto che legava al di là dei rapporti calcistici.


Del Piero e Ravanelli esultano insieme

Lei ha vissuto Del Piero agli albori, si aspettava una carriera così ricca di trionfi per Alex?

Onestamente le dico no. Appena arrivato tutti vedemmo le sue grandissime potenzialità, ma personalmente non capii subito la sua vera forza. Nel tempo fece poi vedere tutte le sue qualità, dimostrandosi il campione che è stato.


Fu probabilmente uno dei primi calciatori ad avere una esultanza propria, cosa che negli anni è diventato un must, da cosa nasce la maglia sulla testa?

Nacque improvvisamente. Durante una partita contro il Napoli di Boskov nell’annata 94-95 dove vincemmo lo scudetto. Durante l’intervallo Lippi ci disse che avremmo vinto quel match grazie a una giocata di un campione, perché quella squadra era formata da undici campioni. A cinque minuti dalla fine mi arrivó una palla da Del Piero, la stoppai e la misi di controbalzo sotto l’incrocio dei pali. Esultai correndo verso il Mister e mi venne l’istinto di tirare su la maglia.

La tipica esultanza di Fabrizio Ravanelli

Risposta secca, quale difensore lo ha messo più in difficoltà?

Pietro Vierchowod, senza dubbio!

Che cosa provò da juventino ritrovarsi la Juventus da avversario, prima con la maglia della Lazio, con la quale vinse lo scudetto proprio in quel 14 maggio 2000 ai danni della Juve, e poi successivamente con la maglia del Perugia?

Fu emozionante. Poter giocare contro al squadra del tuo cuore è sempre una grande emozione. Cercai di fare una grande partita come del resto feci contro tutte le altre squadre. Non sopporto i giocatori che quando affrontano le ex squadre non esultano o che farebbero carte false pur di non fare gol alla propria squadra, li trovo di un’ ipocrisia pura. Quindi ho cercato in quei frangenti di onorare la maglia che indossavo, in maniera totale. Esultai quando feci gol a Torino alla Juventus a Van Der Saar con la maglia della Lazio ed esultai quando indossavo la maglia del Perugia. Vuol dire essere professionista. Ciò non toglie l’amore che ho per la Juve, il mio essere juventino e l’aver scritto la storia della Juventus. Faccio parte delle cinquanta stelle allo Stadium, ma in quel momento ero un professionista pagato da un altro club e come tale mi sono sempre comportato, dando il massimo per quell’azienda.

Non abbiamo il ben che minimo dubbio sulla sua juventinità Sig.Ravanelli ! Un ringraziamento sincero per la cortesia e la disponibilità da parte di tutta la redazione di Juvengers.com

I contenuti della presente intervista sono un esclusiva Juvengers.com pertanto soggetti a copyright. Un utilizzo senza autorizzazione e citazione della fonte è perseguibile ai fini della legge.

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