INTERVISTE CALCIATORI

Esclusiva Juvengers: Intervista ad Alessandro Birindelli

Il suo unico gol in serie A è coinciso con il debutto di Carlo Ancelotti sulla panchina bianconera.
Protagonista di due annate senza precedenti a livello di sfortuna. Rimpianti per quelle stagioni o la casualità del calcio non ha semplicemente fermato la freccia alla voce Juve? Si poteva cambiare qualcosa?

Diciamo che fu un biennio particolare, la famiglia Agnelli non investì molto sulla Juventus poichè ci furono problemi con la Fiat, si rischiava di non passare bene davanti agli occhi degli italiani investendo su Ferrari e Juve dal momento che molti operai finirono in cassa integrazione. La Juve veniva già intesa come società per azioni e doveva far quadrare il bilancio, fu un biennio sfortunato con Carlo: il Manchester United che ci eliminò in semifinale di Champions League e l’anno seguente lo scudetto perso a Perugia. Oltretutto il mister non era amato dalla tifoseria e ci furono divergenze con l’ambiente poichè non vedevano sforzi da parte di Mr Ancelotti. Il problema non fu lui ma una serie di eventi concomitanti.


Quale è la caratteristica principale che ha reso Marcello Lippi unico tra gli allenatori della storia juventina?

Credo che la facilità di comunicazione, la gestione della rosa, la schiettezza e anche il suo essere permaloso lo hanno reso così unico. Lippi alla Juve si sentiva a casa, c’era una stima reciproca con la dirigenza, dopo la tappa all’Inter è tornato con più voglia, tanto da portarci in finale a Manchester e a vincere scudetto e supercoppa. Aveva un feeling che lo aiutava a gestire la rosa. Al giorno d’oggi la comunicazione è fondamentale.


Quali potrebbero essere i giocatori interessanti per la Juventus nel ruolo di laterale destro che in carriera è stato il suo? Dove dobbiamo utilizzare il pur sempre positivo Cuadrado a suo avviso?

Io personalmente vedo bene Gianluca Frabotta, giovane U23, che può fare benissimo il terzino visto che è molto bravo sia a offendere che a difendere. Gioca bene la palla, in fase difensiva sta migliorando, risulta un avversario difficile da saltare poichè è molto veloce, ha le caratterisitche di un terzino vecchio stampo, prossimamente diventerà un protagonista, Pirlo ci punta molto e può fare rifiatare Alex Sandro. Nello specifico per la fascia destra secondo me Cuadrado attualmente è l’unico insieme a Ronaldo che fa la differenza e sposta gli equilibri, ogni partita è sempre più dentro al gioco con prestazioni superlative. I compagni lo cercano spesso in campo.


Dall’Empoli alla Juve, con le due gemme in terra di Spagna al Riazor e al Camp Nou come massimi punti personali della sua esperienza juventina. Cosa ha significato per lei la Juventus e quanto è legato ad essa?

Da ragazzo ero tifoso juventino. alla notizia di un possibile trasferimento a Torino rimasi incredulo, poi quando passai effettivamente alla Juventus provai tanta gioia, come se fossi entrato nei miei sogni da bambino. I primi mesi ero talmente felice che non sentivo la fatica, ogni allenamento avevo sempre più voglia, volevo dimostrare di poter stare alla Juve, mi mettevo sempre a dispozione del mister. Ebbi la fortuna di giocar subito e poter fare esperienza in campo.


Recentemente ha festeggiato il compleanno e in molti, noi compresi sui social, hanno deciso di ricordarla con quel gran gol contro il Deportivo! Se la ricorda quella notte?

Mi ricordo bene quella notte, ho impressa in testa l’espressione del mio compagno Paolo Montero. Partimmo male in quella partita, i primi venti minuti andammo in confusione e subimmo due gol, loro erano tosti, ostici in casa per via del pubblico caldo, della qualità e velocità che esprimevano. Io riuscii a sfruttare una delle poche occasioni del primo tempo, ero terzino e Davids mi scaricò un pallone che invece di allargare e inserirmi lo spostai e lasciai partire un tiro a girare sul secondo palo dalla distanza che gonfiò la rete entrando proprio all’incrocio: in quel momento provai una gioia indescrivibile che ancora oggi mi emoziona appena rivedo il gol.


Dopo aver appeso le scarpette al chiodo ha avuto una peculiare esperienza in Zambia, poi campioni d’Africa. Cosa ci racconta di quel mondo? Che presente e che futuro per il calcio del paese e del continente si aspetta?

Ho fatto una bella e sorprendente esperienza in Zambia. Molti aspetti mi hanno colpito, il lavoro da fare era molto, ancora oggi la vita quotidiana in Africa è disastrosa, però purtoppo se ne parla ancora troppo poco o si prova a nascondere ciò che può dare fastidio. Sono stato parecchio fortunato ad aver intrapreso questa esperienza poichè prima davo importanza a cose minori, mentre ora capisco gli aspetti fondamentali della vita, in Africa purtoppo la sopravvivenza era l’aspetto maggiore. Io vivendo queste situazioni in prima persona non potevo rimanere indifferente e ciò mi ha cambiato, prima anche una piccolezza negativa mi dava fastidio, ora invece ci passo sopra poichè le cose importanti sono altre. Ho appreso molto in Africa, visto che era un calcio sconosciuto dove ho affrontato una nuova cultura, la squadra è stata disponibile, abbiamo fatto due anni favolosi scoprendo grandi talenti, il calcio africano è un ambiente che crescerà in futuro e si affermerà se ci saranno investimenti in grado di far crescere i bambini e credo che se ciò accadrà si toglieranno molte soddisfazioni perchè sono un popolo umile e vero.


Chi è stato l’avversario più difficile da marcare?

L’avversario più difficile da marcare non lo so perchè in carriera ne ho affrontati diversi, ma quello che ho affrontato con più fatica e piacere è stato Ryan Giggs, campione completo con grande qualità e fantasia, giocatore imprevedibile. La sua carriera poi testimona il percorso che Ryan ha svolto, dava una interpretazione del proprio ruolo unica.


Nel 2006 sei stato uno dei pochi a scendere in serie B con la Juve, cosa ti ha spinto a lottare per questi colori in serie cadetta?

Sinceramente mi ha spinto la voglia di riportare in alto una società, una squadra, che a me ha dato molto, mi ha dato fama, mi ha fatto giocare a livelli alti e sono cresciuto dentro ad essa. Nessuno mi ha convito, non ho mai esitato, è stata una mia scelta personale in segno di riconoscenza. Rimasi in Serie B pure per dare il mio contributo alla rinascita della Juventus.


Lei è sempre stato molto legato al calcio di provincia Toscano, come vede questo ambiente dopo la tempesta covid 19?

Purtoppo non vedo bene questo ambiente dopo il Virus poichè ancora siamo in una situazione instabile, stiamo ancora capendo se il calcio giovanile possa ripartire, le leghe dilettantistiche ancora sono incerte sul futuro e se continuare, non sappiamo ancora i danni e le perdite causati dall’inattività. Il calcio dilettantisitco ha bisogno di contributi economici sostanziosi. Io personalmente vedo grave la situazione, molte scuole calcio stando ferme un anno senza aiuti e certezze stanno faticando. Speriami tutto finisca presto e si possa tornare in campo.

Un suo ricordo sul Del Piero “uomo” ?

Con Ale ho vissuto molti anni insieme, non solo alla Juve ma eravamo compagni nelle nazionali minori e ci incontrvamo spesso già a 15 anni. Posso solo parlare bene di Del Piero, oltre che un compagno un amico. Lui è una persona riservata, ma quando c’era bisogno caricava l’ambiente e la squadra in prima linea, si prendeva molte respnsabilità e incarna un gran bel binomio essendo un grande uomo oltre che gran calciatore. Il capitano solo una carriera vincente avrebbe potuto fare e così è stato.


Che consiglio da a un giovane ragazzo che vorebbe sfondare nel mondo del calcio?

A un giovane ragazzo consiglierei di ascoltare, cosa che oggi i giovani fanno poco, perché i consigli sono importanti. Gli direi di lavorare duramente, il lavoro quotidiano ripag. L’avere voglia di mettersi in gioco e di essere a disposizione della squadra, penso siano caratterisitche fondamentali per emergere, da mixare con la propria qualità. Alessandro Florenzi disse che accettare la panchina serve per dare armonia alla squadra: frase emblematica per far capire quanto sia importante che anche i campioni sappiano stare dentro ad un team. Risulta facile essere felici quando si gioca con continuità, però poi lo si deve essere anche quando si vedono gli altri giocare mentre sei in panchina.

I contenuti della presente intervista sono un esclusiva Juvengers.com pertanto soggetti a copyright. Un utilizzo senza autorizzazione e citazione della fonte è perseguibile ai fini della legge.

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