#StorieDiJuve

Moreno Torricelli, la classe operaia che andò “oltre” il paradiso

Un’autentica storia di un calcio ormai desueto, che ha il dovere morale di essere continuamente tramandata ai più piccoli.

«La realtà è la realtà, c’è mica altro…» – Gian Maria Volonté, La classe operaia va in paradiso

C’è stato un tempo, non molto lontano a dire il vero, in cui il mondo del calcio poteva essere d’ispirazione per le grandi commedie della vita; un tempo in cui tutto poteva accadere, e dove, si poteva concedere alla mente il volo fantasioso che ogni bambino metteva in scena attaccando le figurine Panini, la domenica prima di pranzo, mentre il sugo bolliva sui fornelli e il pallone “Tango” era ancora infangato nel cortiletto di casa.

Erano gli anni novanta, quelli delle grandi band musicali statunitensi dei Nirvana e dei Pearl Jam, dei mondiali in casa e dell’attesa spasmodica per l’avvento del nuovo millennio…

Erano gli anni del popolo juventino che avrebbe vissuto uno dei periodi più iconici della propria gloriosa storia, nel quale ci fu spazio non solo per le grandi vittorie, ma anche per la magia di una favola raccolta da un campetto di serie D e raccontata al mondo intero in una finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico di Roma.

Moreno Torricelli nasce a Erba il 23 gennaio del 1970; muove i suoi primi passi da terzino nella Verano Brianza, che gli da subito la possibilità di andare in prestito con la più prestigiosa maglia del Como (che all’epoca aveva la prima squadra in Serie A) negli allievi regionali.

Moreno però non convince ed è costretto a ritornare alla base con l’idea, e la delusione, che forse il treno della grande occasione sia già passato.

«Perché sono come sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda.» – Philip Roth

Debutta nella prima squadra del Verano nella stagione 1987-1988; a fine campionato viene ceduto all’Oggiono, in Promozione, dove rimarrà per due anni prima di approdare alla Caratese nel campionato di Serie D.

Torricelli ha 22 anni, lavora come falegname in un mobilificio della Brianza e ormai il calcio rappresenta, forse, solo una passione.

Tre volte alla settimana, borsone in spalla, e la musica dei Black Sabbath che pompano dallo stereo di una vecchia Bmw di seconda mano accompagnano la routine di un ragazzotto come tanti.

Ma è qui che avviene qualcosa di impensabile; succede che la Juventus debba disputare una delle tante amichevoli estive e che sia proprio la Caratese a essere tra le prescelte: sarà la gara che cambierà per sempre la vita di Moreno Torricelli.

Il Trap rimane subito folgorato dalla corsa e dalla personalità di questo granatiere dai capelli (all’epoca) a spazzola, e così, pensa di aggregarlo alla rosa della prima squadra per un periodo di prova, al termine del quale, la Juventus lo acquista per pochi milioni di vecchie lire.

Quel suo primo contratto, come ci racconta il giornalista Franco Leonetti, viene firmato da Torricelli sul cofano di un’automobile, senza tanti lustrini e paillette, in perfetta armonia con il pragmatismo del nuovo terzino bianconero.

«All’improvviso è spuntata la Juventus e fino all’ultimo non ci ho creduto. Mi seguivano due società; avrei potuto andare alla Pro Vercelli, ho fatto un provino per il Verona, infine sembravo destinato al Lecce. Poi è arrivata la grande occasione, due amichevoli con la Juventus che aveva bisogno di prestiti per le gare di Vicenza e Ancona. La favola è cominciata lì. Con la Juventus, mica una squadra qualsiasi.» – fonte, Il Pallone Racconta

Moreno arriva in una Juventus in profondo rinnovamento; a centrocampo rientra dal prestito all’Inter Dino Baggio – subito rinominato Baggio 2 per non confonderlo con l’allora capitano Roberto; in attacco si aggregano Ravanelli e Vialli, quest’ultimo strappato alla Sampdoria per la cifra di 30 miliardi.

In difesa, oltre a Torricelli, viene convocato un diciasettenne di grandi prospettive, Luigi Sartor, prelevato dalle giovanili del Padova; infine, approdano a Torino i due stranieri David Platt e Andreas Möller, a completamento di una rosa tutta da scoprire.

Pronti via e alla prima stagione, Torricelli, non solo esordisce in Serie A, ma va oltre, gioca da titolare inamovibile sia in campionato che in campo europeo, togliendosi lo “sfizio” di alzare la Coppa Uefa battendo in finale i tedeschi del Borussia Dortmund.

Abbiamo detto però che questa è una favola, una storia sportiva a lieto fine, e come tutte le narrazioni che si rispettino, c’è un epilogo, o meglio, un’annata che consegna al mondo bianconero qualcosa di difficile comprensione per chi non abbia avuto la fortuna di vivere quel periodo magico.

22 maggio 1996, stadio Olimpico di Roma, la Juve di Lippi è difronte ai campioni in carica dell’Ajax

“Geppetto”, “Geppo”, sono questi i soprannomi che gli hanno affibbiato i compagni; la sua Juventus si sta preparando a scendere in campo, all’Olimpico di Roma, per la finale di Champions League contro i lancieri dell’Ajax.

Ravanelli prima, Litmanen poi… i tempi supplementari, no, non bastano, ecco i calci di rigori: si deciderà così la quarantunesima edizione della massima competizione continentale europea.

Silooy ha appena sbagliato il secondo rigore per l’Ajax e Vladimir Jugovic si appresta ad andare sul dischetto: se segna, la Juve vince la Coppa dei Campioni.

Prima della partita, l’allenatore dei lancieri Louis Van Gaal si era così espresso: “La nostra idea di calcio è molto migliore, ma loro hanno giocatori come Vialli e Ravanelli. E quei due hanno una mentalità che noi non abbiamo. Non si fermano mai; si spingono sempre, sempre al limite di quel che è tollerato. E forse i nostri giocatori questo non sapranno affrontarlo. Non sono duri abbastanza, non sono abituati. Saremo la squadra migliore, giocheremo il calcio migliore, ma la probabilità di perdere è alta. Non abbiamo quel genere di killer.”

L’inquadratura della telecamera di quel momento è magistrale sul volto di Jugović e, ancora una volta, non può sfuggire la sicurezza del suo sguardo ora rivolto al portiere.

Un piccolo sorrisetto, irriverente, pieno di sé, prima di iniziare la rincorsa per battere il rigore e portare la Juventus sul tetto d’Europa.

La corsa leggera dopo il goal, il pugno destro alzato come atto dovuto per chi avesse solo osato pensare che quella palla non sarebbe entrata.

Pessotto che gli salta addosso cingendogli le braccia intorno al collo, come a ringraziarlo per quanto appena fatto; il braccio ancora in alto verso la curva: tranquilli, è tutto vero!

Proprio contro l’Ajax, Moreno gioca la sua migliore partita di tutta la carriera disinnescando la terribile coppia d’attacco dei talenti Kanu e Kluivert.

A fine gara, rimane impresso nella memoria degli amanti di questo meraviglioso sport il bacio sulla guancia al suo capitano, Gianluca Vialli: “Luca, hai visto che ce l’abbiamo fatta?”

“Aveva già perso una finale con la Sampdoria”, spiegherà qualche anno più tardi Torricelli in un’intervista, e dalla tensione accumulata non riuscì neanche a presentarsi dagli undici metri per calciare uno dei rigori, “ecco il perché di quel bacio, se vogliamo, liberatorio…”

«Quella contro i lancieri, all’Olimpico, fu la mia miglior partita, in assoluto. Quel giorno mamma Teresa si mise a piangere davanti alla televisione. Prima le era successo solo quando Cabrini sbagliò quel rigore in Spagna. Già, Cabrini era il suo idolo, nel calcio. Fino a quando non è arrivato suo figlio.» – fonte, Storie di Calcio

Torricelli ha vestito la maglia della Juventus dal 1992 al 1998; nel suo personale palmares troviamo 3 Scudetti, 1 Coppa Italia, 2 Supercoppe italiane, 1 Coppa Uefa, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Supercoppa Uefa – un’altra Coppa Italia la vince anche con maglia della Fiorentina nella stagione 2000/2001.

Di solito però, in questo tipo di racconti, c’è anche un lato triste, lo stesso che purtroppo vide protagonista una parte importante della famiglia di Moreno.

Ma non spetta a noi, come i più vorrebbero, indugiare anche su questo ambito; grazie di tutto Geppo, la tua storia, per il popolo bianconero (e non solo) sarà sempre la più bella tra le fiabe da raccontare.

Simone Pompili

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...