Storie di Juve

Non è una semplice partita di calcio patinata, è molto di più: è il “Derby della Mole Antonelliana”

Suggestioni, primati statistici e memorie della stracittadina torinese.

«Attraversarono Piazza Vittorio, sterminata nelle ombre della sera. Già parlavano di football. Emilio, naturalmente, era per la Juventus, la squadra dei gentlemen, dei pionieri dell’industria, dei gesuiti, dei benpensanti, di chi aveva fatto il liceo: dei borghesi ricchi. Giraudo, altrettanto naturalmente era per il Toro, la squadra degli operai, degli immigrati dai vicini paesi o dalle province di Cuneo e di Alessandria, di chi aveva fatto le scuole tecniche: dei piccoli-borghesi e dei poveri.»

(Mario Soldati, Le due città)

Juventus e Torino fin dal primo derby della loro storia, non si sono contese soltanto il primato cittadino del capoluogo piemontese, bensì è sempre stata una partita dai forti connotati sociali.

La Juventus, infatti, venne fondata nel 1897 da un gruppo di studenti di un rinomato e prestigioso istituto superiore torinese, così da essere subito associata alla borghesia cittadina; il Torino, dal canto suo, nacque nel 1906 in seguito proprio a una scissione all’interno della società bianconera, diventando immediatamente la squadra della classe operaia.

Fu la prima partita di calcio a essere trasmessa in diretta radiofonica nel bel paese; altro record statistico riguarda la longevità di questo derby e, soprattutto, Juve-Toro fu la prima stracittadina in assoluto a essere giocata in Italia.

Purtroppo però, è anche l’unico derby che verrà sempre ricordato per un prima, e un dopo, della terribile tragedia di Superga.

L’imbattibile squadra del Grande Torino che si apprestava a vincere il suo quinto scudetto consecutivo, stava tornando in volo da Lisbona dopo aver disputato una partita amichevole contro il Benfica: era il 4 maggio del 1949.

Le condizioni atmosferiche di quel giorno erano pessime: piogge battenti, nebbie e venti forti…

Prima di arrivare all’aeroporto di Torino il velivolo si schiantò contro il muraglione posteriore del complesso di Superga, causando così la morte di tutti i 31 passeggeri: calciatori, staff tecnico e giornalisti al seguito.

La fine di un’era, come se fosse stata tracciata, proprio in quel momento, una linea di demarcazione temporale per rendere immortale quella squadra granata, per tutti, aldilà di ogni rivalità, oltre i colori, nonostante il dolore.

Toccò di riconoscerli a Vittorio Pozzo, ex tecnico della Nazionale, ora nelle vesti di giornalista, che sarebbe dovuto essere su quel volo, ma che per una serie di coincidenze il destino risparmiò da una così tragica fine; uno alla volta, i suoi ragazzi che aveva contribuito a portare in blocco in nazionale, la sua passione. Queste le dichiarazioni di Pozzo il giorno seguente allo schianto su La Stampa:

“Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, con le sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. È morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all’estero. Era la squadra Campione d’Italia.”

Capitano di quella indimenticabile squadra era Valentino Mazzola; tifoso juventino da bambino, rimane ancora oggi il simbolo di un calcio ormai desueto.

Infatti in quel periodo, il capitano del Benfica Francisco Ferreira stava abbandonando l’attività agonistica e non si trovava in buone condizioni economiche; Mazzola, quindi, gli aveva promesso di fare una partita di addio (come si usava all’epoca) i cui proventi incassati sarebbero poi stati devoluti a lui.

Era un omaggio alla sua carriera, oltre che un aiuto a una persona in difficoltà, ma soprattutto era una parola data tra uomini d’onore, prima ancora che di calcio: probabilmente era per quello che il Grande Torino si trovava in Portogallo.

Non c’è più quel mondo calcistico lì; mancavano solo una manciata di partite al termine del campionato e la Società granata, per onorare la memoria dei propri caduti, decise comunque di continuare a giocare schierando la squadra della “Primavera”.

A quel punto, tutti gli altri Presidenti di quella serie A fecero la stessa cosa, affinché fossero i “giovani” a confrontarsi tra loro e rendere così un atto di ossequio agli “Invincibili” che persero la vita sul colle di Superga.

Il più bello tra i 199 derby disputati in gare ufficiali fu quello del 7 marzo del 1982, che vide la Juventus vincere con un rocambolesco 4 a 2 e avviarsi quindi alla conquista del suo ventesimo scudetto, che voleva dire seconda stella cucita sul petto.

Neanche a farlo apposta quella partita fu decisa grazie a una meravigliosa prestazione di un altro grande e sfortunato capitano, non solo della Juventus, ma di tutto il calcio italiano: Gaetano Scirea.

Le prime cinque reti di quel match furono segnate nei primi 45 minuti di gioco, nonostante in quel periodo fosse pratica dogmatica l’utilizzo dell’asfissiante difesa a uomo.

Bonetto e Dossena portarono in vantaggio di due goal i granata al 19’ e al 22’; prima dell’intervallo però, i ragazzi di Trapattoni riuscirono a ribaltare addirittura il risultato iniziando la scalata con Tardelli, che accorciò le distanze al 24’.

28’

“sono trascorsi solo 4 minuti dalla segnatura che ha riaperto la partita, e Liam Brady si appresta a battere il corner alla sinistra del portiere granata Terraneo; parte lo spiovente al centro dell’area… goal, ha pareggiato la Juventus con il libero Scirea!”

40’

“Recupera la palla Galderisi che serve Brady sul lato destro del rettangolo di gioco; l’irlandese squadra l’area di rigore e rigioca al centro per Scirea; la palla arriva sul vertice sinistro dell’area piccola, stop di petto… rete, la Juventus è in vantaggio!”

Nella ripresa ci fu tempo ancora per un goal, lo siglò Liam Brady, a coronamento di una prova maiuscola, che fece balzare la Juventus in testa alla classifica a pari punti con la Fiorentina.

Il Derby della Mole Antonelliana è un’opera letteraria prima ancora che una partita di calcio; è la vita che va avanti oltre la disperazione; è la composizione surreale di quanta bellezza possa transitare in quel prato verde; è tutto ciò di cui avevamo bisogno, è la custodia dei ricordi che riapriamo per trasformarli in carezze.

Simone Pompili

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