"Il Fazioso"

La sconfitta di un’idea di calcio (e l’errore atroce di Agnelli su Allegri)

Come a Madrid, contro l’Atletico, Cristiano Ronaldo si guarda attorno, cerca i compagni, e non li trova. O meglio, li trova ma distanti, impauriti, spaesati. Probabilmente, nella testa del fuoriclasse, doveva circolare un pensiero del tipo: “ma dove sono finiti i miei compagni? Quei campioni che, la domenica, mi aiutano ad asfaltare ogni avversario con classe e grinta?”.

Ma anche Emre Can, durante l’infausta partita di ritorno contro l’Ajax, a un certo punto, sotto nel risultato ma con oltre 20 minuti ancora da giocare, invitava reparti interi, dalla difesa al centrocampo, a salire, a guadagnare metri.

Nel calcio non si perde mai solo per gli episodi o per l’assenza di un giocatore piuttosto che un altro. Nel calcio si perde prima nella testa e poi nelle gambe. Perché è la testa che, in campionato, spinge la Juve ad aggredire anche visivamente gli avversari, conquistando il terreno in qualunque situazione di punteggio, così come è la testa che lascia i giocatori juventini indietro di almeno 10 metri rispetto alle posizioni che dovrebbero occupare.

Ci sono giocatori che in campionato dominano anche quando giocano male, come spesso fa la Juve. E sono gli stessi che, in Europa, giocano impauriti, timidi, insicuri. E quando non sei sicuro dei tuoi mezzi, quando trovi un’avversaria forte, perdi. Anche se è meno forte di te, come nel caso dell’Ajax.

Ecco perché l’eliminazione della Juve nei quarti di finale della Champions 2018/19 è la sconfitta di un’idea di calcio. L’idea, tipicamente allegriana, che le partite vadano sempre gestite, ragionate, poi controllate. No, non funziona così. In Europa vince l’audacia, che non significa però spregiudicatezza né incoscienza.

Madrid non ha insegnato nulla: anche lì, timidi, imprecisi, impauriti e severamente puniti. Poi, al ritorno, l’impresa. Ma quell’impresa ci mise sul chi va là: non è possibile sempre dover giocare la partita della vita per poter passare il turno. Perché è, relativamente, facile, per una squadra di giocatori molto forti, trovare le motivazioni quando hai un 2-0, o anche un 3-0 da recuperare in 90 minuti. Devi, semplicemente, dare il massimo fino alla fine. E la Juve, in quelle condizioni, lo fa. Allegri, quando c’è da fare l’impresa, non sbaglia una mossa.

Ma martedì non c’era da fare l’impresa, anzi, c’era da legittimare il vantaggio contro una squadra di giovani talenti che giocano un gran calcio. E che, si sapeva, avrebbero giocato senza timore reverenziale. E così è stato.

La Juve va in vantaggio con Ronaldo, di testa, come gli capita ormai quasi sempre, ma dopo pochi minuti è raggiunta. Anche perché, consapevolmente o meno, ha già abbassato il baricentro, pensa già a controllare la gara. E la paga cara.

La paga cara perché l’Ajax non demorde e si prende tutto: partita, campo, contrasti e qualificazione. Stra-meritata.

Dopo la partita pensavo che, se non altro, era chiara la fine di un ciclo, quello di Allegri. Con Allegri l’Europa si affronta così. Un modus operandi che ci ha permesso di arrivare due volte in finale, certo, ma anche di uscire ai quarti in 3 occasioni. E la Juve di oggi non può permettersi di uscire ai quarti, a meno che non si abbia la sfortuna di essere sorteggiati con un top club quale Real o Barcellona.

Ma ciò che preoccupa è che, negli ultimi due anni, non c’è stata alcuna evoluzione nel gioco, oltre che nei risultati, in Champions League. Contro il Real, lo scorso anno, un 3-0 in casa senza via di scampo a cui ha fatto seguito un ritorno a mo di impresa, che poi impresa non è stata. Quest’anno, stava per verificarsi la stessa cosa, ma addirittura agli ottavi, contro l’Atletico. Certo, l’impresa questa volta c’è stata, ma il fallimento, a livello europeo, si è concretizzato al turno successivo.

La conferma di Allegri come allenatore della Juve anche per la prossima stagione sembra un errore. Come può migliorare una squadra che ha già dimostrato di non riuscire a risolvere i propri problemi, anno dopo anno?

I problemi europei della Juve, sono:

  • Squadra che non impone il proprio gioco;
  • Innumerevoli infortuni;
  • Scomparsa totale di alcuni giocatori nei match internazionali;
  • Condizione atletica raramente superiore o uguale a quella delle avversarie.

Problemi che, la Juve di Allegri, non ha risolto neanche quest’anno, nonostante gli arrivi di Ronaldo, Can, Cancelo e Bonucci, ossia quattro giocatori di assoluto livello e che hanno innalzato il livello qualitativo dell’11 titolare.

Ha senso, quindi, ripartire da lui?

Sia chiaro, io sono assolutamente convinto che Allegri sia uno degli allenatori migliori sulla piazza e che, grazie a lui, sia stato fatto un upgrade importante anche a livello di mentalità europea, anche perché la Juve di Conte faceva fatica a battere anche il Malmoe…

Ma resto profondamente convinto del fatto che ci sia un allenatore adatto per ogni momento storico di una squadra, di una società. Conte è stato il miglior allenatore possibile per quella Juve, appena uscita dalle macerie di calciopoli e la prima dell’era di Andrea Agnelli. Allegri è stato il miglior allenatore possibile per questa Juve, che da outsider è diventata una squadra di livello europeo.

Proseguire con Allegri significa condannarsi ad una nuova stagione fotocopia rispetto a quelle precedenti: soliti problemi, soliti contrasti con la tifoseria (ma questo non è necessariamente un problema), soliti risultati. Ma un’altra stagione così significa perdere il vantaggio competitivo di avere Cristiano Ronaldo in squadra. Il buon CR7 ha 34 anni… creare attorno a lui le condizioni per una squadra vincente anche in Europa non è qualcosa che si possa rimandare troppo.

Il “povero” CR7 merita una squadra al suo livello e questa Juve, oggi, non lo è. Lui ha fatto la sua parte. Gli altri, no.

di Emiliano Faziosi

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